dal 7 giugno 2006 al 4 marzo 2007 

La scelta della Patria

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Giovani volontari nella Grande Guerra

dal 7 giugno 2006 al 4 marzo 2007

La mostra è dedicata ai volontari che si arruolarono nelle file dell’Esercito italiano. Si trattò di alcune migliaia di persone, in gran parte giovani della generazione che nel 1914 aveva vent’anni, tra i quali la mostra mette in primo piano le centinaia di giovani delle province “italiane” dell’Impero austro-ungarico (Trentino, Friuli, Istria e Dalmazia) che lasciarono scuola, famiglia e lavoro, animati da una forte passione nazionale e decisi a contribuire con le armi all’annessione di quelle terre al Regno d’Italia. I nomi più noti sono quelli di Cesare Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa, Nazario Sauro, catturati e mandati al patibolo dall’Austria, ma anche di Scipio Slataper, Carlo e Giani Stuparich. Di altre centinaia oggi rimane il nome impresso su qualche lapide o nella denominazione di qualche scuola.

La mostra rivela i loro volti, descrive l’ambiente nel quale si sono formati e racconta la loro storia di soldati. I volontari furono soprattutto giovani (quattro su cinque avevano meno di 30 anni), cresciuti alla scuola del patriottismo risorgimentale e carichi di entusiasmo. E’ importante sottolineare che la loro scelta non fu tra guerra e pace, ma – di fronte a una guerra già in corso – scelsero la patria per cui combattere. Varcarono la soglia dell’età adulta forti di una “verità” che non prevedeva confutazioni e certi che la bontà dei loro argomenti non avrebbe fatto mancare il risultato, per quanto alto fosse stato il prezzo personale da pagare.

In forme e con obiettivi diversi, si è trattato di un fenomeno europeo: troviamo volontari in Austria, Germania, Francia, Regno Unito. Per tutto il Novecento la loro scelta ha interrogato la coscienza sia di chi vi leggeva l’energia di un atto nobile, sia di chi vi coglieva l’esito di un tragico inganno. Per tutti gli anni Venti e Trenta, vennero celebrati come incarnazione del mito della giovinezza di cui il fascismo si fece promotore, ammirati e invidiati da quanti per ragioni anagrafiche erano rimasti esclusi da quella generazione. Dopo la Seconda guerra mondiale la loro immagine fu appannata dall’impronta che il regime aveva loro dato.

Per decenni sono stati esaltati, assai poco studiati, quasi per nulla conosciuti. Eppure, cresciuti con un ideale largamente condiviso, avevano avuto, la forza e la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Combattere con la divisa italiana comportava, ricordiamolo, la confisca dei beni, l’impossibilità di avere contatti con le famiglie, l’accusa di alto tradimento in caso di cattura e spesso, oltre a tutto questo, il sospetto e il risentimento di molti commilitoni. Non possiamo infatti dimenticare che la loro entusiastica adesione alla guerra contrastava tragicamente con la sorte di centinaia di migliaia di altri soldati che a quella drammatica esperienza furono obbligati. Tuttavia, per la gran parte di questi volontari, la guerra rappresentò un dovere morale, non tanto un “attimo da cogliere”, un evento al quale non ci si può sottrarre, quanto piuttosto una scelta dettata da profondi convincimenti interiori, “civica” prima ancora che politica.

In un tempo che con tanta passione discute le ragioni della pace, il Museo della Guerra propone di considerare quella vicenda come lo specchio di un’epoca nella quale una parte della gioventù, di fronte ad una guerra europea già in corso, auspicò il coinvolgimento dell’Italia per arruolarsi sotto le bandiere di una Patria scelta finalmente come propria.
Il Museo della Guerra, che per molti anni ha dedicato ai volontari irredenti una parte del percorso espositivo, ne ripropone oggi in modo nuovo le vicende, i volti e le parole, lontano dagli intenti celebrativi di altre stagioni. Proprio leggendo le lettere e i diari, viene da chiedersi se non si possa cogliere attraverso le loro parole e i loro convincimenti l’espressione della parte più sensibile e generosa di una generazione che gettò se stessa oltre la linea che separava il mondo conosciuto – che rifiutava – da quello, ignoto, che intendeva costruire.

Il catalogo della mostra comprende, oltre ad un’ampia galleria fotografica e a un’antologia di lettere di volontari, due saggi. Il primo (Il volontariato militare italiano. L’eredità di un’avventura nazionale e internazionale) è frutto di due autorevoli studiosi dei giovani e dei volontari: Gilles Pécout (École normale supérieure di Parigi, École pratique des Hautes Etudes della Sorbona, coordinatore di un gruppo internazionale di studio sui volontari) e Patrizia Dogliani (Storia dei giovani, Bruno Mondatori, docente all’Università di Bologna). Il secondo saggio (Volontari trentini nell’Esercito italiano) è di un giovane studioso fiorentino, Alessio Quercioli, autore della ricerca storica che ha portato alla mostra.