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Voci dal forte di Pozzacchio

In questa pagina trovi i documenti originali da cui abbiamo tratto le testimonianze che hai ascoltato durante la sperimentazione nella sezione “Artiglierie della Prima guerra mondiale” del Museo Storico Italiano della Guerra.
In alcuni casi si tratta di documenti scritti (memorie, diari o lettere), in altri di testimonianze orali raccolte negli anni scorsi nelle comunità di Trambileno e Vallarsa.
Se vuoi saperne di più, per ogni documento trovi la fonte bibliografica o archivistica.

Abbiamo suddiviso i testi in base all’argomento affrontato e rispettando la sequenza nella quale sono proposti nel percorso di visita.

 

COSTRUZIONE DEL FORTE

1. FRANZ VON STEINHART, (1912)

Memorie del generale Franz von Steinhart, Direttore del Genio militare di Riva del Garda e progettista del forte, Archivio della famiglia Scharmitzer di Vienna 1912

Dei forti mi riuscì di portare fino ad uno stadio avanzato dei lavori solo il Valmorbia (q. 906 tra gli abitati di Valmorbia e Pozzacchio), del quale nell’aprile 1912 era stata autorizzata la costruzione della strada d’accesso e nel maggio 1913 quella del forte stesso. Il forte aveva il compito di sbarrare la Vallarsa. L’armamento per il combattimento a distanza era stato fissato in 2 obici in torre da 10 cm; per la difesa ravvicinata erano previste mitragliatrici in postazioni corazzate. Il progetto approvato dal Ministero della Guerra per l’esecuzione merita menzione particolare. Il primo progetto, che disegnai conformemente al modello degli ultimi forti del Tirolo meridionale e che il Ministero imperiale della guerra aveva approvato come base per la stesura del progetto definitivo, subì infatti una radicale trasformazione. L’ufficiale assegnato per la direzione dei lavori, capitano Pilz, aveva già ultimato il progetto dettagliato in base alla mia idea generale per presentarlo al Ministero quando ricevetti notizie sugli ultimi esperimenti di tiro col mortaio da 30,5 cm in Steinfeld. Questi esperimenti avevano mostrato un ulteriore aumento di potenza delle artiglierie d’assedio. Così mi venne l’idea di sprofondare il forte Valmorbia interamente nella collina rocciosa sulla quale esso doveva essere costruito e di realizzarlo come opera in caverna. Il sito era favorevole a questo scopo poiché la collina rocciosa di q. 906 era delimitata a nord, sud e ovest da pareti molto ripide. Di tutta la fortificazione sarebbero rimaste scoperte soltanto le due cupole e le corazze per mitragliatrici ed anche queste si sarebbero potute sottrarre alla vista tramite un adeguato mascheramento.

Mi occupai di persona di questo primo progetto di un forte in caverna con un intensivo lavoro di due giorni; nel contempo proposi anche un ammodernamento della struttura di accesso agli obici in torre corazzata: l’accesso doveva aver luogo non tramite corridoi laterali, bensì dal basso attraverso un pozzo verticale. Questo progetto, che fu presentato contemporaneamente a quello già predisposto, incontrò il favore delle autorità superiori. Nel decreto di approvazione dell’imperiale Ministero della guerra la Direzione del Genio ottenne una menzione di merito per la rapidità con la quale erano state tratte le conclusioni sugli esiti degli esperimenti di tiro. Per la mia proposta circa l’accesso dal basso alle torri corazzate per obici il 7 luglio 1913 il colonnello Stowasser mi scrisse che essa richiedeva da parte del Comitato tecnico militare una revisione dei modelli di corazza che sarebbe durata così a lungo da non poter più essere presa in considerazione per forte Valmorbia.

Anche la costruzione della strada d’accesso al forte Valmorbia era interessante. La strada diparte dalla strada della Vallarsa e conduce con pendenza moderata, così come era necessario per il trasporto delle pesanti corazze, con numerose serpentine in parte attraverso pareti di roccia quasi verticali. La costruzione della strada fu eseguita dalla Direzione del Genio e cioè con l’impiego dell’impresario edile e dei trasporti Giovanni Zontini da Lardaro – attivo da anni su incarico della Direzione del Genio di Riva per i maggiori cantieri (forte Garda, Tombio, Carriola etc.) – quale accordante, cioè la Direzione del Genio dirigeva la costruzione, ordinava tutti i materiali edili, mentre Zontini doveva mettere a disposizione i lavoratori; traeva il suo guadagno in parte tramite rimborso degli stipendi giornalieri da lui corrisposti in parte tramite le tariffe concordate. Così lo tenevo sempre in pugno e divergenze, come erano all’ordine del giorno con le cosiddette “imprese edilizie” e che per lo più si concludevano in lunghi processi, mi furono risparmiati grazie alla più rigorosa osservanza degli interessi dello stato. Questo Zontini era un uomo affidabile, di sentimenti austriaci, intelligente ed intraprendente. Quando nella primavera del 1912 egli mi portò da una mostra a Torino il prospetto di una fabbrica di macchine italiana, che conteneva l’immagine e la descrizione di una perforatrice smontabile e trasportabile con motore a benzina, lo sollecitai all’acquisto di questo articolo allora del tutto nuovo e di cui esisteva un solo esemplare. Naturalmente gli promisi di rimborsarlo con l’assegnazione di lavori di scavo nella roccia. Egli acquistò la macchina, la portò a Riva; la sua parte più pesante, il volano, venne reso smontabile in parti e così eravamo in possesso di una perforatrice che poteva essere installata con parti del peso massimo di 50 Kg in ogni parete di roccia grazie a portatori ma anche a scalatori tramite corde. In questo modo ero in grado di eseguire la strada al forte Valmorbia contemporaneamente in tre punti, sotto nel tratto di fondovalle, sopra presso il sito del forte – che era accessibile tramite un sentiero che si sviluppava da sud – e nel punto più difficile nella ripida parete rocciosa. Quando all’inizio di luglio 1912 l’ispettore generale del Genio ispezionò il cantiere stradale, udì in alto nella parete un rumore come di una perforatrice. Stupito guardò intorno ed infine mi chiese dove la perforatrice stesse lavorando. Così gli indicai in alto, a stento visibile nella parete, il luogo di lavoro e gli spiegai. Sfruttai questa occasione anche per far notare l’importanza di perforatrici smontabili per l’equipaggiamento di montagna delle truppe tecniche e chiesi il suo interessamento per un rapporto su questo tema che avevo rivolto al Ministero imperiale della guerra.

 

2. ITALO MAULE, ABITANTE DI POZZACCHIO (1913)

Associazione Culturale Ricreativa “Il forte Pozzacchio”, Pozzacchio: la sua gente, il suo forte: con le memorie inedite di Adelino Ballarini, caporale italiano del 72° fanteria, Alcione Edizioni, Trento 2009, p. 331

Mio zio raccontava che per la costruzione del forte lavoravano molti operai, forse duecento, facendo due turni di dodici ore, pure quelli che costruivano la strada. Nel cantiere, dopo lo sparo delle mine, li chiamavano “i coraggiosi”, salivano con le corde a bonificare le rocce e per questo venivano pagati di più.

Aveva l’appalto l’impresa Zontini di Riva del Garda, e la prima costruzione è stata la caserma del comandante, quella piccola che non c’è più; si trovava dove adesso hanno fatto il deposito dell’acqua. Era la caserma del Werkmeister. Dopo scavarono quella galleria vicino al cimitero militare… quella era la cantina del “Parom” del Forte. C’era tanta gente che lavorava, gh’era anca ‘taliani” e venivano da tutte le valli. C’era anche il frantoio. I tedeschi hanno fatto poi l’acquedotto prendendo l’acqua su da malga Buse. L’acquedotto non era roba del paese. Sopra il forte c’è un grande vascone di raccolta che distribuiva poi l’acqua alle varie caserme e costruzioni. Anche all’interno era stata costruita una grande vasca di scorta ed altri vari pozzi raccoglievano l’acqua piovana.

 

3. MARIA MARTINI, OPERAIA AL FORTE (1914)

Centro promozionale Vallarsa, La Vallarsa e la sua gente: Testimonianze della Grande Guerra, Centro promozionale Vallarsa, Raossi (TN) 1982, p. 24

Quando nel 1914 è scoppiata la guerra, già da due-tre anni lavoravano sul forte di Pozzacchio per fare le fortificazioni. Io lavoravo là con altre donne e ragazze di Valmorbia e di altri paesi della Valle. Si trasportava sassi facendo passamano e sacchetti di sabbia. Un soldato con il badile riempiva il sacchetto che tenevamo aperto con le mani e poi una dietro l’altra lo portavamo giù nelle gallerie del forte; una con una lanterna in mano ci faceva luce giù nelle gallerie. Lassù c’era anche il comando e per un periodo c’è stata anche la famiglia di un comandante o ingegnere, non ricordo bene. Alle volte mi mandavano a fare le pulizie al comando e una volta, mi ricordo, trovai dei soldi e un portamonete per terra, cose che io misi sul tavolo. Poi mi chiesero dove avevo trovato quelle cose e ho capito che avevano voluto mettere a prova la mia onestà.

4. MICHELE RIGILLO, UFFICIALE ITALIANO (1915)

Michele Rigillo, La mia Guerra in Vallarsa e sul Pasubio: Lettere a Giustino Fortunato, a cura di Gianni Poletti, Associazione Il Chiese, Storo 2012, pp. 28-31

Lettera XXXVII

Zona di guerra (Dolomiti), 22 maggio 1916
Mio carissimo amico,

chi vi potrà mai dire la triste odissea di questi giorni? Avrete appreso dai giornali la nostra ritirata (qui si è chiamata eufemisticamente ripiegamento) dalla zona avanzata di Val Lagarina. Ma i giornali naturalmente non hanno potuto dir tutto. Come non dicono tutto i superiori, i colleghi stessi, che si stringono nelle spalle alle mie pressanti, imbarazzanti interrogazioni. Ma per avventura mi sono trovato ad essere “pars magna” in questo miserevole episodio della nostra guerra, e ve lo narro.

Vi ho già scritto che dopo una marcia notturna di molte ore, siamo giunti logori, abbattuti, in Vallarsa, ad Anghebeni. Il villaggio povero e lurido era abbandonato. La popolazione errava per i monti circostanti, e vi veniva qualche giorno la settimana, a regolare, diceva, i suoi affari. Quali? Un’intesa col nemico? Io ho visto due volte un viso stecchito di contadina alta, nera, ossuta, che era la mia padrona di casa, e non ne ebbi una buona impressione.

Tuttavia per qualche giorno vi stemmo tranquilli. Ma un bel mattino, mentre io ero trattenuto in casa da una leggera indisposizione, la mia compagnia partì improvvisamente per destinazione e per tempo indeterminato. Ufficiali e soldati credettero in buona fede che si trattasse della solita esercitazione tattica. Era un lunedì, il 15 maggio. E lasciarono stanze e dormitori intatti, con le loro povere cose, sparse un po’ dappertutto, fuori delle capaci cassette, degli zaini. Furono cose perdute, perché ad Anghebeni non si doveva più tornare. Pare impossibile. E si andava avanti. Chi l’avrebbe creduto? Eravamo padroni assoluti di tutta la zona, non ridente ma pittoresca, con le larghe valli quasi circolari, ove la strada maestra gira sempre intorno, sempre in vista di sé stessa e degli aguzzi campanili delle caratteristiche chiesette campestri e dei tanti villaggetti sparsi a ridosso delle verdeggianti colline. Ma procediamo con ordine.

Credevo dunque che la compagnia tornasse dalla sua esercitazione alla solita ora. Ma né la mia, né l’altra compagnia tornarono. Venne il pomeriggio: nulla. Venne la sera. Passavo nella stanzetta ore angosciose. Il paese era deserto. Mi avevano lasciato quasi solo. A tarda notte, soltanto, potetti mangiare qualche cosa, e il collega che me la procurò mi disse che tutto il Presidio aveva dovuto spingersi innanzi: la prima compagnia al forte di Matassone, la seconda, la mia, a quello del Pozzacchio, e che forse sarebbero tornate dopo qualche giorno. Forse? Rimasi male. La notte non dormii. E nel mattino, poiché mi sentivo alquanto bene, determinai di raggiungere, solo, la mia compagnia.

Da due giorni un bombardamento continuo, insistente, vicino, destava l’eco dei monti circostanti. Era la tanto strombazzata offensiva austriaca che si iniziava? Lasciai nella mia stanza, fuori dalla valigia, tutta la mia roba, persuaso che sarei ritornato. Era così piena di sole, quella mia stanzetta disadorna, con le sue piccole finestre a mezzogiorno, da cui entrava tanta luce! E presi la strada del Pozzacchio. La tragica strada! Vi giunsi dopo circa due ore di penosissima salita.

Il Pozzacchio è la fortezza più strana che abbia mai visto. È una montagna, rocciosa, fatta a guisa di alto pozzo quasi circolare, che gli austriaci hanno avuto l’audacia di trasformare in opera fortificata. Non torri, non bastioni, non casematte, né cupole corazzate, nella strana fortezza. Solo rocce, internamente scavate in massicce e rozze gallerie, che traforano la montagna in ogni senso.

In quest’ambiente fantastico io ho passato i quattro giorni più angosciosi della mia vita che mai mi sembrò più prossima alla sua fine. La fortezza era minacciata e fatta segno a un bombardamento feroce. Non sapevamo che gli austriaci avessero guadagnato tanto terreno. Perché sparavano da molto vicino. Avevano preso con un colpo di mano la Zugna Torta, e avevano ricacciato i nostri da tutta la plaga Roveretana, di Mori e di Marco, da noi sanguinosamente guadagnate fin dal marzo, e con un facile avvolgimento ci avevano ripreso il Col Santo, la posizione dominante per eccellenza in tutto il Trentino meridionale, con i suoi 2.100 metri.

Colpa del comando di questo settore, che vi aveva posti a guardia nientemeno che due compagnie di Territoriali marchigiani, i quali dopo una certa resistenza, avevano ceduto, dandosi prigionieri. Che peccato! Abbiamo perduto Rovereto per la stupida inavvertenza di questo Comando di Sbarramento.

Ma andiamo avanti. Perduti questi due importanti punti di appoggio, tutta la Vallarsa rimase isolata, come un cuneo inoltrato in paese nemico. Fu il punto debole che l’Austria intuì adatto per la sua offensiva, che noi attendevamo in Val Sugana, e che si manifestò qui, inopinatamente. Noi non vi avevamo che uno sola brigata di fanteria, la Roma, del 79° e 80°, più un reggimento territoriale, l’ottavo, formato dai battaglioni 129° Toscano, 187° Marchigiano, e 6° Piemontese: il nostro. Si poteva difendere con forze così esigue una regione tanto vasta e tanto minacciata?

Il mio battaglione fin dal primo giorno si trovò impegnato nella più tragica situazione. La 1ª, 3ª e 4ª compagnia erano chiuse al Matassone, in trincee quasi scoperte, che l’Austria ci aveva lasciate fin dai primi giorni della nostra guerra (domani sarà l’anniversario della dichiarazione della medesima: triste anniversario!) quasi in rovina. La 2ª, la mia, si trovò chiusa, isolata, circondata nel Pozzacchio, fin da che io, al mattino del 16, solo, e non timido delle orribili ondate dei 305 che si abbattevano su tutti i punti della roccia, mettevo il piede nella fortezza.

Fui colpito dall’aria di desolazione che spirava in quel luogo, come anche dalle persone. Si aggiravano, i nostri poveri soldati, nelle buie gallerie, a tentoni, in silenzio, come dei condannati, come già dei prigionieri. I superiori erano muti, lividi. Un mio collega, impressionabile, piangeva. E di quel pianto ebbi dolore e vergogna, innanzi ai soldati. Mi si strinse il cuore: dove ero mai capitato? E intanto tutta la roccia crepitava, bolliva, si sbriciolava sotto l’impeto del cannone. Venivano i colpi da poco lontano, con una furia disperata, con un lungo fischio minaccioso, che ci facevano correre dove la caverna era più profonda, per non essere travolti dalle pietre di quella parte di rocce ove si abbatteva. Quale orrore! Così tutta la giornata. La notte era calma, silenziosa, ma più triste, nell’attesa.

Nella notte dal 16 al 17 tentammo un salvataggio che ha del miracoloso. Meno di 200 uomini in poche ore, oscure, piovose, salvammo da sicura perdita una batteria di quattro pesantissimi cannoni di calibro 149 allungato, che trasportammo a braccia dalla valle al di là del Pozzacchio (che qualche giorno dopo doveva cadere in potere degli austriaci), prima nella fortezza e poi al di là, in Vallarsa, fino a Piano: circa sei chilometri con dislivello di 500 metri. Non è meraviglioso?

Al mattino eravamo esausti. E tutto il giorno giacemmo sulla nuda terra della grotta in preda alla stanchezza, storditi dal rumore delle cannonate, pensosi del nostro avvenire, che si faceva sempre più buio. Non si vedeva come saremmo potuti uscire illesi da quell’inferno. Fu in quel pomeriggio che soffrii quanto non ho mai sofferto. Verso le quattro il colonnello comandante la fortezza, che era poi il nostro bersagliere, comandante del Battaglione Territoriale, ci radunò in una lontana segreta dello stranissimo Castello, e senza preamboli ci comunicò lo stato delle cose. Eravamo in balia del nemico. Pure bisognava resistere. Avremmo resistito ad oltranza: così gli ordini dei superiori. E se non fossero giunti i rinforzi, era la morte. Perché, cedere mai (e qui la sua voce si fece acre, cattiva, falsa), cedere mai: piuttosto il suicidio…

Pensate il cuore degli astanti a quelle dure parole. Pensate il mio che non è quello di un soldato di ventura, rotto ad ogni insulto della sorte. Specie quel suicidio mi ripugnava: figuratevi! E fin da quella sera, il 18 maggio, cominciò la nostra agonia. Fummo chiusi in una orrida trincea sotterranea, ove stemmo tre giorni, senza mangiare, senza dormire, senza più vivere, perché non si viveva, non si poteva vivere, in quelle condizioni oscure. E che cosa facevamo? Cosa speravamo da quella disperata resistenza?

La nostra prigione sotterranea si componeva di un lungo grottone oscuro e umido, dove stillava continuamente dalle volte un’acqua giallastra, fetida, e di una lunghissima trincea che fasciava tutto il forte all’intorno, con dei profondi camminamenti che si addentravano nella roccia. In questo strano corridoio, cento uomini della mia compagnia, da me comandati, stettero immobili, con l’occhio alle feritoie per ben 72 ore, mentre la furia dei 305 sgretolava man mano la montagna che tremava, dall’intimo della sua anima oscura, e metteva nei nostri cuori la tristezza della morte. E qual morte? Come pensavo, con una stretta dolorosa, ai miei poveri bambini orfani, a tutti gli orfani di quei poveri soldati, che come me erano in angustie, nella terribile e lunga notte, che gravava sui corpi come sulle anime.

La mattina del 19 specialmente fu drammatica. Un’ala della nostra trincea fu travolta da un colpo formidabile di 420. Che disastro! Dodici nostri compagni di prigionia vi perirono, schiacciati orrendamente. Erano 12 buoni padri di famiglia. E pensando a quelle famiglie senza padre, che non sanno ancora la loro sventura, mi si stringe il cuore, ora come mi si stringerà sempre.

Che cosa successe dopo quel disastro! Io non ve lo saprei dire. Passò quella notte, come il giorno dopo, il 20, nel più angoscioso silenzio, come nella segreta della torre del Gualandi, ove si svolse la dantesca tragedia del Conte Ugolino e dei suoi figli. Il nemico era intorno, sulle alture, e ci stringeva, assediava. Facemmo saltare ponti, gomiti, angoli di strada d’accesso al forte. Restammo isolati. E dalle feritoie assistevamo con indicibile tristezza alla fuga disordinata dei nostri, da tutte le parti. Come si ritiravano quei soldati, in che condizioni! E come soffrivamo noi, nel vederli!

Vi narrerò il resto domani. Vi scrivo in condizioni penose, sulle ginocchia tremanti, sotto una povera tenda in montagna, dove ci siamo rifugiati.

Saluti dal vostro Michele Rigillo

5. ITALO MAULE, ABITANTE DI POZZACCHIO (1935)

Associazione Culturale Ricreativa “Il forte Pozzacchio”, Pozzacchio: la sua gente, il suo forte: con le memorie inedite di Adelino Ballarini, caporale italiano del 72° fanteria, Alcion Edizioni, Trento 2009, p. 332

Nel 1933-34, quando hanno tagliato le cupole su al forte, ero “bocia” ma mi ricordo che erano grosse, avevano uno spessore di trenta centimetri di acciaio. Ricordo i camion con le gomme piene, a catena. Con gli alberi hanno fatto un treppiede e con i paranchi caricavano questi pezzi di cupola di quattro – cinque quintali. Il Forte dopo la guerra non era danneggiato anche se era incompiuto. È stato nel 35/36 che hanno cominciato a recuperarvi il ferro… esplosivo non ne mancava. C’era il cancello al Forte con il guardiano perché era pericoloso, c’erano troppe munizioni. C’era anche lo stradino che non lasciava passare nessuno e chiudeva il cancello. La gente che doveva andare a Valmorbia passava di nascosto attraverso un cunicolo sopra la prima galleria ed uscivano dove c’era il cimitero. Lo stradino si è anche fatto male con una bomba ed è morto svenato (dissanguato, n.d.a.) perché non c’erano ambulanze e lo hanno portato a Rovereto con un carretto, ma è morto durante il trasporto.

 

CIVILI

1. ALBINA DONADONI, ABITANTE DI POZZACCHIO (1912)

Associazione Culturale Ricreativa “Il forte Pozzacchio”, Pozzacchio: la sua gente, il suo forte: con le memorie inedite di Adelino Ballarini, caporale italiano del 72° fanteria, Alcione Edizioni, Trento 2009, p. 247

Mia madre, nata a Pozzacchio nel 1896, da famiglia contadina […] ha vissuto in maniera altrettanto drammatica l’esperienza della guerra, in quanto all’età di diciotto anni è stata sfollata a Mitterndorf, da cui è tornata nel 1919. Un suo fratello non è più tornato dalla guerra, combattuta nell’esercito austroungarico, mentre un altro l’ha vissuta rimanendo sotto le armi otto anni, peraltro facendo il cuoco!

Lei amava raccontare del periodo bello antecedente la guerra, sotto l’Austria, come si soleva dire, ove non c’era problema della fame e le condizioni di vita, pur modeste, risultavano accettabili; la costruzione del forte, inoltre, aveva portato al paese non solo il lavoro ma la nuova e comoda strada, tutt’oggi esistente, le opere di presa della rete idrica, costruite contestualmente al forte, anche se per l’uso esclusivo dello stesso. Gli uomini erano impiegati nei lavori edili più pesanti, come lo scavo della roccia o a spaccare pietre mentre le donne come lei, dovevano pulire e lavare i sassi o portare al mattino il latte e gli ortaggi per la guarnigione. Un giorno però, sono state rimandate indietro con l’ordine di avvisare gli altri della successiva imminente partenza; lei diciottenne si è preoccupata della dote, suo padre è partito con uno zaino di mortadelle e una forma di formaggio! Al piazzale della stazione hanno dovuto lasciare le bestie; gli è stata affidata una mia cugina appena nata, Maria, che l’ha sempre rispettata come una madre! Dell’esodo comunque non gli era rimasto un brutto ricordo, forse è stata sfortunata, parlava di una fabbrica di scarpe, non so se ci ha lavorato, riusciva comunque a capire qualche parola di tedesco, abbiamo una vecchia grammatica di allora, usata più tardi da un nostro parente, emigrato in Germania!

 

2. MARIO RIPPA, SOLDATO DI RIVA DI VALLARSA (1914)

Centro promozionale Vallarsa, La Vallarsa e la sua gente: Testimonianze della Grande Guerra, Centro promozionale Vallarsa, Raossi (TN) 1982, p. 14

Sono partito il primo agosto. Eravamo sul Stauda a falciare il fieno quando venne mia sorella Beppina a chiamare me e mio fratello Giovanni perché era arrivato l’ordine di partire militari. Quando siamo scesi dal prato, davanti all’osteria degli Angheben, abbiamo trovato don Riccardo e mio papà. “Svelto Mario – disse – mangia che poi vai a Raossi che ti daranno un fiorino”. Di ritorno da Raossi mio papà ci ha chiamati in una stanza, ci ha detto qualcosa e ci ha dato la benedizione. Alla sera siamo andati in chiesa. A mezzanotte siamo partiti. […] Eravamo in tanti a partire e quando fummo a Rovereto, in piazza delle Erbe, salutai mio fratello Giovanni e non lo vidi più.

 

3. AMALIA ZONER, PROFUGA DI POZZACCHIO (1916)

Associazione Culturale Ricreativa “Il forte Pozzacchio”, Pozzacchio: la sua gente, il suo forte: con le memorie inedite di Adelino Ballarini, caporale italiano del 72° fanteria, Alcione Edizioni, Trento 2009, p. 133-135

Trambusto, imprecazioni, grida, imprecazioni, è notte, bisogna andare a Parrocchia. [Iniziano così i ricordi della signora Amalia, seduta davanti alla sua casa di Valmorbia]. Hanno sistemato la nonna su un carrettino, assieme a noi bambini, teneva in braccio mio fratello più piccolo il quale avrebbe compiuto un anno a Legnago. Sul forte si vedevano le fiamme, è la caserma del Werkmeister, dicevano; lungo la strada vedevamo molte donne, gli uomini erano in guerra, facevano la spola da Valmorbia a Parrocchia per cercare di recuperare più cose possibile; la biancheria, le doti, ben poca cosa peraltro, sistemata nei bauli, era stata portata in chiesa, sicuri che questa non venisse bombardata e invece… è stata la prima a essere incendiata! Con noi c’erano anche le bestie, la mia famiglia era numerosa, dodici, tredici persone, di cui sei bambini. Poco tempo dopo, non mi ricordo quanti giorni, ci hanno trasferito al Passo, sempre ai piedi; ricordo incontravamo tanti soldati feriti, io camminavo tenendo per mano mia sorella di tre anni che piangeva vedendo tutta questa confusione di uomini, di animali, tutto alla poca luce delle lanterne: un soldato vedendo che non ero capace di calmarla se l’è presa in braccio e la coccolava. Ci hanno radunati in un grande stanzone e li siamo stati divisi. Con i camion militari siamo andati a Legnago prima, poi a Varazze, in Liguria. Non si stava male, a noi è andata bene rispetto a quelli sfollati verso Vienna anche se nei quattro anni trascorsi là, sono morte molte persone, tanti dei paesi più alti, Obra, Camposilvano, “forse non ghe feva bem le arie”. Sistemati dapprima in un ospizio, più tardi presso una famiglia che ci ha voluto molti bene: facevamo la spesa con la tessera, alcuni paesani erano a Cogoleto. Mio padre nel frattempo, io non mi ricordo di lui, ero troppo piccola, avevo sei anni quando è partito per la guerra, per la Russia, dove è stato ferito. È morto a Vienna, in un ospedale, non sapevamo nulla di lui anche se le poche notizie che arrivavano in Liguria della guerra erano sempre molto brutte. Poi un giorno è arrivata anche quella della sua morte, è riuscito a fare il testamento e a consegnarlo ad un suo amico di Brentonico, ferito pure lui ma si è salvato. Al nostro padrone di casa facevamo pena, insisteva con la mamma perché ci fermassimo per sempre da lui, ma lei aveva tanta nostalgia di casa, della Vallarsa.

 

4. ALBINO ASTE, RECUPERANTE DI ANGHEBENI (1922)

Centro promozionale Vallarsa, La Vallarsa e la sua gente: Testimonianze della Grande Guerra, Centro promozionale Vallarsa, Raossi (TN) 1982, p. 78

Era il 1922; sulle montagne si trovavano tanti sdrapnel rimasti dalla guerra. Quattro ragazzi di Anghebeni, tutti sui vent’anni circa, quel giorno raccoglievano gli sdrapnel e li portavano alla busa della sabbia, sopra Anghebeni; battevano poi le bombe, dove hanno la vera, cioè verso la punta dei sassi finché la vera si muoveva. Le punte venivano via e ne estraevano le pallottole di piombo. Gli stessi ragazzi, qualche giorno dopo, sono saliti sul Corno sempre al lavoro del recupero delle bombe. Erano: Angelo (Rizzo), Tullio (Franzeschin), Agostino (Casaro), Mario (Contin). Lassù raccoglievano le bombe di grosso calibro e le segavano per farne uscire l’esplosivo. Il pericolo consisteva nel fatto che la sega faceva attrito segando il ferro e questo si surriscaldava. I ragazzi levavano l’inconveniente versando acqua nel taglio che faceva la sega. Quel giorno, forse perché non avevano acqua a sufficienza o per altro, una bomba è scoppiata. Tullio e Angelo erano scesi di corsa in paese per chiedere aiuto. Il tremendo boato era stato avvertito dalla gente e tanti presagivano qualche cosa di brutto. Io stavo lavorando a costruire una casa, proprio quella dei Tabachini. Quando ho visto i due, ho lasciato lì tutto e assieme ad altri abbiamo improvvisato una barella e su verso il Corno quasi di corsa. Lassù Agostino era morto e gli si vedeva una piccola ferita sulla testa, davanti quasi sulla fronte. Mario aveva la faccia asportata quasi per metà; sbattuto fra i sassi, quasi sull’orlo del precipizio, aveva la coscia frantumata ed era tutto inzuppato di sangue, ma ancora vivo; continuava a muovere la testa ma non era conscio. È vissuto ancora un’ora. Noi abbiamo messo i corpi nei sacchi e legati sulle barelle e giù per il Fanepon. Chi stava davanti nel portare le barelle si è trovato con le braghe inzuppate di sangue. Ancora una volta il paese aveva pagato con due giovani vite.

 

5. PALMA BAIS, ABITANTE DI POZZACCHIO (1929)

Associazione Culturale Ricreativa “Il forte Pozzacchio”, Pozzacchio: la sua gente, il suo forte: con le memorie inedite di Adelino Ballarini, caporale italiano del 72° fanteria, Alcione Edizioni, Trento 2009, p. 343

La giornata di noi ragazzi consisteva nell’andare a scuola alla mattina; io ho iniziato a sei anni e ho frequentato per otto, arrivando sino alla quarta classe, eravamo in trentacinque scolari; ricordo della scuola un maestro siciliano e, appesi in aula, i quadri del re e di Mussolini; l’olio di merluzzo che ci obbligavano a bere, era la nostra unica medicina. Dopo la scuola ci mandavano con le capre, spesso al forte, dove giocavamo negli “stoi” a cercare cartucce, schegge ecc. Dove ora c’è la croce erano allora rimasti dei grossi pezzi in ferro ed una grande cupola, pure in ferro, nella quale noi ci infilavamo per nasconderci e spiare le capre dalle feritoie; credo sia venuta addirittura da Milano la ditta che ha tagliato detta cupola per vendere poi i pezzi allo “strazer”. […]

Dopo la guerra, la storia si è ripetuta, forse con un po’ di miseria in meno, ma comunque niente lavoro. Pertanto noi donne nei campi e con i figli, gli uomini invece a cercare ferro nei dintorni o fortuna all’estero. I più giovani, alle cinque del lunedì, salivano in montagna, al Pasubio, rimanendovi per tutta la settimana, portavano i materiali raccolti nella zona dell’attuale rifugio Lancia; da qui, con le slitte, scendevano a Pozzacchio, dove al sabato lo strazer arrivava con i camion. Il materiale più ricercato era l’ottone. Per questo motivo anche gli anziani, i bambini e qualche donna, andavano a “picconare” al vicino forte, cercando i bossoli delle cartucce! Ogni tanto, anzi spesso, trovavamo anche i resti dei morti ma non ci si dava peso, ci limitavamo a ricoprirli con la terra… Nonostante tutto però, il paese era allegro, conosciuto e frequentato da persone del circondario per le sue numerose feste; bastava la sola fisarmonica (zirmonica) del Gerola a far ballare la gente per più giorni!

 

 

SOLDATI

MICHELE RIGILLO, UFFICIALE ITALIANO (19 MAGGIO 1916)

Michele Rigillo, La mia Guerra in Vallarsa e sul Pasubio: Lettere a Giustino Fortunato, a cura di Gianni Poletti, Associazione Il Chiese, Storo 2012, pp. 28-31

Lettera XXXVII

Zona di guerra (Dolomiti), 22 maggio 1916

Mio carissimo amico,

chi vi potrà mai dire la triste odissea di questi giorni? Avrete appreso dai giornali la nostra ritirata (qui si è chiamata eufemisticamente ripiegamento) dalla zona avanzata di Val Lagarina. Ma i giornali naturalmente non hanno potuto dir tutto. Come non dicono tutto i superiori, i colleghi stessi, che si stringono nelle spalle alle mie pressanti, imbarazzanti interrogazioni. Ma per avventura mi sono trovato ad essere “pars magna” in questo miserevole episodio della nostra guerra, e ve lo narro.

Vi ho già scritto che dopo una marcia notturna di molte ore, siamo giunti logori, abbattuti, in Vallarsa, ad Anghebeni. Il villaggio povero e lurido era abbandonato. La popolazione errava per i monti circostanti, e vi veniva qualche giorno la settimana, a regolare, diceva, i suoi affari. Quali? Un’intesa col nemico? Io ho visto due volte un viso stecchito di contadina alta, nera, ossuta, che era la mia padrona di casa, e non ne ebbi una buona impressione.

Tuttavia per qualche giorno vi stemmo tranquilli. Ma un bel mattino, mentre io ero trattenuto in casa da una leggera indisposizione, la mia compagnia partì improvvisamente per destinazione e per tempo indeterminato. Ufficiali e soldati credettero in buona fede che si trattasse della solita esercitazione tattica. Era un lunedì, il 15 maggio. E lasciarono stanze e dormitori intatti, con le loro povere cose, sparse un po’ dappertutto, fuori delle capaci cassette, degli zaini. Furono cose perdute, perché ad Anghebeni non si doveva più tornare. Pare impossibile. E si andava avanti. Chi l’avrebbe creduto? Eravamo padroni assoluti di tutta la zona, non ridente ma pittoresca, con le larghe valli quasi circolari, ove la strada maestra gira sempre intorno, sempre in vista di sé stessa e degli aguzzi campanili delle caratteristiche chiesette campestri e dei tanti villaggetti sparsi a ridosso delle verdeggianti colline. Ma procediamo con ordine.

Credevo dunque che la compagnia tornasse dalla sua esercitazione alla solita ora. Ma né la mia, né l’altra compagnia tornarono. Venne il pomeriggio: nulla. Venne la sera. Passavo nella stanzetta ore angosciose. Il paese era deserto. Mi avevano lasciato quasi solo. A tarda notte, soltanto, potetti mangiare qualche cosa, e il collega che me la procurò mi disse che tutto il Presidio aveva dovuto spingersi innanzi: la prima compagnia al forte di Matassone, la seconda, la mia, a quello del Pozzacchio, e che forse sarebbero tornate dopo qualche giorno. Forse? Rimasi male. La notte non dormii. E nel mattino, poiché mi sentivo alquanto bene, determinai di raggiungere, solo, la mia compagnia.

Da due giorni un bombardamento continuo, insistente, vicino, destava l’eco dei monti circostanti. Era la tanto strombazzata offensiva austriaca che si iniziava? Lasciai nella mia stanza, fuori dalla valigia, tutta la mia roba, persuaso che sarei ritornato. Era così piena di sole, quella mia stanzetta disadorna, con le sue piccole finestre a mezzogiorno, da cui entrava tanta luce! E presi la strada del Pozzacchio. La tragica strada! Vi giunsi dopo circa due ore di penosissima salita.

Il Pozzacchio è la fortezza più strana che abbia mai visto. È una montagna, rocciosa, fatta a guisa di alto pozzo quasi circolare, che gli austriaci hanno avuto l’audacia di trasformare in opera fortificata. Non torri, non bastioni, non casematte, né cupole corazzate, nella strana fortezza. Solo rocce, internamente scavate in massicce e rozze gallerie, che traforano la montagna in ogni senso.

In quest’ambiente fantastico io ho passato i quattro giorni più angosciosi della mia vita che mai mi sembrò più prossima alla sua fine. La fortezza era minacciata e fatta segno a un bombardamento feroce. Non sapevamo che gli austriaci avessero guadagnato tanto terreno. Perché sparavano da molto vicino. Avevano preso con un colpo di mano la Zugna Torta, e avevano ricacciato i nostri da tutta la plaga Roveretana, di Mori e di Marco, da noi sanguinosamente guadagnate fin dal marzo, e con un facile avvolgimento ci avevano ripreso il Col Santo, la posizione dominante per eccellenza in tutto il Trentino meridionale, con i suoi 2.100 metri.

Colpa del comando di questo settore, che vi aveva posti a guardia nientemeno che due compagnie di Territoriali marchigiani, i quali dopo una certa resistenza, avevano ceduto, dandosi prigionieri. Che peccato! Abbiamo perduto Rovereto per la stupida inavvertenza di questo Comando di Sbarramento.

Ma andiamo avanti. Perduti questi due importanti punti di appoggio, tutta la Vallarsa rimase isolata, come un cuneo inoltrato in paese nemico. Fu il punto debole che l’Austria intuì adatto per la sua offensiva, che noi attendevamo in Val Sugana, e che si manifestò qui, inopinatamente. Noi non vi avevamo che uno sola brigata di fanteria, la Roma, del 79° e 80°, più un reggimento territoriale, l’ottavo, formato dai battaglioni 129° Toscano, 187° Marchigiano, e 6° Piemontese: il nostro. Si poteva difendere con forze così esigue una regione tanto vasta e tanto minacciata?

Il mio battaglione fin dal primo giorno si trovò impegnato nella più tragica situazione. La 1ª, 3ª e 4ª compagnia erano chiuse al Matassone, in trincee quasi scoperte, che l’Austria ci aveva lasciate fin dai primi giorni della nostra guerra (domani sarà l’anniversario della dichiarazione della medesima: triste anniversario!) quasi in rovina. La 2ª, la mia, si trovò chiusa, isolata, circondata nel Pozzacchio, fin da che io, al mattino del 16, solo, e non timido delle orribili ondate dei 305 che si abbattevano su tutti i punti della roccia, mettevo il piede nella fortezza.

Fui colpito dall’aria di desolazione che spirava in quel luogo, come anche dalle persone. Si aggiravano, i nostri poveri soldati, nelle buie gallerie, a tentoni, in silenzio, come dei condannati, come già dei prigionieri. I superiori erano muti, lividi. Un mio collega, impressionabile, piangeva. E di quel pianto ebbi dolore e vergogna, innanzi ai soldati. Mi si strinse il cuore: dove ero mai capitato? E intanto tutta la roccia crepitava, bolliva, si sbriciolava sotto l’impeto del cannone. Venivano i colpi da poco lontano, con una furia disperata, con un lungo fischio minaccioso, che ci facevano correre dove la caverna era più profonda, per non essere travolti dalle pietre di quella parte di rocce ove si abbatteva. Quale orrore! Così tutta la giornata. La notte era calma, silenziosa, ma più triste, nell’attesa.

Nella notte dal 16 al 17 tentammo un salvataggio che ha del miracoloso. Meno di 200 uomini in poche ore, oscure, piovose, salvammo da sicura perdita una batteria di quattro pesantissimi cannoni di calibro 149 allungato, che trasportammo a braccia dalla valle al di là del Pozzacchio (che qualche giorno dopo doveva cadere in potere degli austriaci), prima nella fortezza e poi al di là, in Vallarsa, fino a Piano: circa sei chilometri con dislivello di 500 metri. Non è meraviglioso?

Al mattino eravamo esausti. E tutto il giorno giacemmo sulla nuda terra della grotta in preda alla stanchezza, storditi dal rumore delle cannonate, pensosi del nostro avvenire, che si faceva sempre più buio. Non si vedeva come saremmo potuti uscire illesi da quell’inferno. Fu in quel pomeriggio che soffrii quanto non ho mai sofferto. Verso le quattro il colonnello comandante la fortezza, che era poi il nostro bersagliere, comandante del Battaglione Territoriale, ci radunò in una lontana segreta dello stranissimo Castello, e senza preamboli ci comunicò lo stato delle cose. Eravamo in balia del nemico. Pure bisognava resistere. Avremmo resistito ad oltranza: così gli ordini dei superiori. E se non fossero giunti i rinforzi, era la morte. Perché, cedere mai (e qui la sua voce si fece acre, cattiva, falsa), cedere mai: piuttosto il suicidio…

Pensate il cuore degli astanti a quelle dure parole. Pensate il mio che non è quello di un soldato di ventura, rotto ad ogni insulto della sorte. Specie quel suicidio mi ripugnava: figuratevi! E fin da quella sera, il 18 maggio, cominciò la nostra agonia. Fummo chiusi in una orrida trincea sotterranea, ove stemmo tre giorni, senza mangiare, senza dormire, senza più vivere, perché non si viveva, non si poteva vivere, in quelle condizioni oscure. E che cosa facevamo? Cosa speravamo da quella disperata resistenza?

La nostra prigione sotterranea si componeva di un lungo grottone oscuro e umido, dove stillava continuamente dalle volte un’acqua giallastra, fetida, e di una lunghissima trincea che fasciava tutto il forte all’intorno, con dei profondi camminamenti che si addentravano nella roccia. In questo strano corridoio, cento uomini della mia compagnia, da me comandati, stettero immobili, con l’occhio alle feritoie per ben 72 ore, mentre la furia dei 305 sgretolava man mano la montagna che tremava, dall’intimo della sua anima oscura, e metteva nei nostri cuori la tristezza della morte. E qual morte? Come pensavo, con una stretta dolorosa, ai miei poveri bambini orfani, a tutti gli orfani di quei poveri soldati, che come me erano in angustie, nella terribile e lunga notte, che gravava sui corpi come sulle anime.

La mattina del 19 specialmente fu drammatica. Un’ala della nostra trincea fu travolta da un colpo formidabile di 420. Che disastro! Dodici nostri compagni di prigionia vi perirono, schiacciati orrendamente. Erano 12 buoni padri di famiglia. E pensando a quelle famiglie senza padre, che non sanno ancora la loro sventura, mi si stringe il cuore, ora come mi si stringerà sempre.

Che cosa successe dopo quel disastro! Io non ve lo saprei dire. Passò quella notte, come il giorno dopo, il 20, nel più angoscioso silenzio, come nella segreta della torre del Gualandi, ove si svolse la dantesca tragedia del Conte Ugolino e dei suoi figli. Il nemico era intorno, sulle alture, e ci stringeva, assediava. Facemmo saltare ponti, gomiti, angoli di strada d’accesso al forte. Restammo isolati. E dalle feritoie assistevamo con indicibile tristezza alla fuga disordinata dei nostri, da tutte le parti. Come si ritiravano quei soldati, in che condizioni! E come soffrivamo noi, nel vederli!

Vi narrerò il resto domani. Vi scrivo in condizioni penose, sulle ginocchia tremanti, sotto una povera tenda in montagna, dove ci siamo rifugiati.

Saluti dal vostro Michele Rigillo

ADELINO BALLARINI, CAPORALE ITALIANO (28-29 GIUGNO 1916)

Associazione Culturale Ricreativa “Il forte Pozzacchio”, Pozzacchio: la sua gente, il suo forte: con le memorie inedite di Adelino Ballarini, caporale italiano del 72° fanteria, Alcione Edizioni, Trento 2009, pp. 453-454

Il 28 giugno la mia sezione mitragliatrici e due compagnie del 72º Reggimento Fanteria al comando del capitano Bernasconi di Mantova, sono partite alle ore 14 da Parrocchia per l’avanzata e trincerarsi sotto il forte di Pozzacchio. Qualche colpo di artiglieria austriaca ha colpito le nostre posizioni in Parrocchia senza alcun morto né feriti. Si è continuato ad avanzare sul calare della notte, ad una nostra apertura di fuoco i nemici non risposero.

Quindi si è continuato ad avanzare cosi che lo spirito dei soldati italiani divenne elevatissimo, e si è imboccata la strada che conduce al forte. Il capitano ha disposto le mitragliatrici in testa, ed a passo di strada si è continuato a guadagnare terreno. Gli avamposti tedeschi sono stati colpiti di sorpresa facendo strada, si è sparato qualche raro colpo di fucile da ambo le parti. Pure l’artiglieria aprì il fuoco senza colpirci. Era già un po’che si era fra le postazioni tedesche e nel nostro intimo palpitava l’emozione o di una strepitosa vittoria o di non ritornare vivi in Italia. L’artiglieria cessò di sparare e si incontrò abbandonati sulla strada cannoni e munizioni. A cento metri dal forte in una vigile attesa silenziosa degli eventi decisivi si udì belare una capra dal piazzale, che fuggi via spaventata. Al primo lieve chiarore dell’alba del 29 giugno eravamo sul piazzale del forte senza neppure un ferito, né una sparatoria di rilievo, una vedetta che come s’accorse ch’eravamo italiani cercò di scappare, non si arrese e fu uccisa. (Evidentemente era diretta a dare l’allarme). Io in qualità di ex allievo guardiafili tagliai e, guidando altri, feci tagliare tutte le comunicazioni telefoniche.

Si sono fatti numerosi prigionieri, che in un primo tempo sono stati scortati giù per la strada per l’Italia, ed in un secondo tempo li abbiamo trattenuti per non restare a corto di uomini. Pure il comando venne fatto prigioniero e si seppe che erano in tremila sul forte, del 2º regg. cacciatori delle Alpi.

Noi non conoscevamo il forte, non l’abbiamo circondato bene, dalla parte di Rovereto c’era una galleria con dentro 46 tedeschi, e non si sa come furono avvisati e messisi in comunicazione con altre truppe nell’interno del forte, pare vi avessero il telefono. Si misero in posizione di fuoco sulla cima di esso con una sola mitragliatrice e fucili e bombe a mano, aprendo una sparatoria intensa e continuata, quindi in una trincea a fianco sopra la strada, che prima risultava vuota, si riempì di soldati tedeschi che aprirono un fuoco serrato. La lotta é stata accanitissima per un’ora circa, poi ci siamo accorti di essere rimasti in condizione di combattere un centinaio appena, senza più speranza di farcela ad occupare il forte stesso e mantenere le posizioni, e sul far del giorno ritenemmo equo riconoscerci prigionieri. I caduti italiani superarono i cinquecento, i caduti austriaci superarono i millecinquecento, anche perché nell’infuriare della sparatoria tutte le mitragliatrici del forte spararono all’impazzata in tutte le direzioni colpendo pure i loro compagni d’arme divenuti prigionieri.

Riesaminando lo svolgersi delle azioni mi viene ancora da domandarmi se bloccando quella galleria verso Rovereto avremmo potuto riuscire nel colpo, ma forse non avevamo una perfetta conoscenza della capacità e della distribuzione delle postazioni del forte.

MAGNUS HAGER, CAPPELLANO AUSTRO-UNGARICO (28-29 GIUGNO 1916)

Associazione Culturale Ricreativa “Il forte Pozzacchio”, Pozzacchio: la sua gente, il suo forte: con le memorie inedite di Adelino Ballarini, caporale italiano del 72° fanteria, Alcione Edizioni, Trento 2009, pp. 450-452

Magnus Hager, cappellano militare austro-ungarico nella zona Monte Spil-Pozzacchio-Leno, I reggimento Kaiserschützen

Nella notte del 28-29 giugno 1916 doveva venire effettuata una breve correzione del fronte. Io sono convinto che gli italiani, che in materia di telefoni erano più avanti di noi (Marconi), hanno certamente avuto sentore di questo raccorciamento di fronte; essi infatti sfruttarono l’occasione per un audace colpo di mano. La sera del 28 giugno il cappellano chiese ed ottenne dal comandante della fortezza di poter scendere alla sua baracca sita sul declivio fra Pozzacchio e Vanza per ritornare alla mattina seguente con tutto il necessario alla celebrazione della S. Messa nel Forte stesso, essendo la festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo.

Mi addormentai quando verso le due trillò il campanello del telefono. Il Capitano Pauser è all’apparecchio e chiede cosa c’è. Un tenente d’artiglieria gli domanda se il Forte Pozzacchio-Valmorbia è in mano nostra o in possesso del nemico. Concitatamente il capitano Pauser risponde che non era lecito al tenente rivolgere sì stolte domande. Ed il tenente risponde che era suo dovere fare tale domanda perché i suoi uomini mandati al Forte erano stati fatti oggetto di sparatoria dal Forte. I Cap. Pauser e Langer cercano allora di entrare in comunicazione colla fortezza.

Impossibile ormai (era l’ora che io avevo tagliato le comunicazioni). Ci vestimmo in fretta e corremmo verso il Forte. Nel prima albeggiare scorgemmo alle spalle di esso una quantità di prigionieri italiani. Dallo Zugna colpi di piccoli calibri cadevano sul Forte. Giunto lassù vidi un orrore di devastazione. Che era successo? Nella formazione di compagnie austriache che abbandonavano la loro posizione e dovevano ritirarsi verso il Forte, gli italiani si erano accodati silenziosamente alle nostre truppe in movimento e alla sentinella che gridò dal suo posto di linea il “Chi va là”, risposero in perfetto tedesco “Undecima compagnia” e poterono passare. Era notte fatta. Mentre i nostri soldati passavano oltre la fortezza senza fermarsi secondo gli ordini, gli italiani si accinsero ad occuparla piazzando una mitragliatrice sulla copertura, la quale dominava la gola e l’entrata del Forte, una seconda mitragliatrice all’ingresso del forte dalla parte posteriore, dove a ragione supponevo ci fosse truppa.

Tutto ciò accadde rapidamente nel buio della notte.

Contemporaneamente fu fatta prigioniera una compagnia di genieri e lavoratori austriaci che era acquartierata fuori del forte, ed assalita la caverna del comando coll’intimazione “Mani in alto, arrendetevi, siete prigionieri”.

Ma un telefonista all’entrata della caverna ebbe la presenza di spirito di gridare al telefono “Allarme, il nemico è qui”. Un colpo di baionetta al collo lo fece tacere per sempre, ma il suo grido fu udito dal tenente Henrich il quale era di servizio quella notte nella parte posteriore del forte. Poiché l’uscita era sotto il fuoco delle mitragliatrici italiane, il tenente Henrich con dodici uomini, giovandosi del lucernario sbucò alla superficie, sorprese alle spalle i serventi la mitragliatrice italiana e li eliminò.

Nel frattempo la caverna comando era stata tolta di mezzo, tutto il comando fatto prigioniero, unito ai genieri e lavoratori, ed avviati giù verso la strada Valmorbia.

Ma nello stesso tempo tutto era stato messo in allarme. Una mitragliatrice del sottufficiale Luft eliminò la mitragliatrice italiana che teneva in scacco l’entrata. Una mitragliatrice del tenente Philip spazzò la gola, ed infine tutte le mitragliatrici della fortezza spararono sulla strada che da essa scende a Valmorbia, e ne venne un devastatore bagno di sangue.

Si possono contare sulle dita d’una mano quelli che raggiunsero Valmorbia. Tutti i soldati italiani non fatti prigionieri ed i prigionieri austriaci condotti via, perirono quasi al completo sulla strada sotto il fuoco delle mitragliatrici. “Quando io al mattino della festa entrai nella fortezza mi si presentava questa scena: La gola della fortezza e la strada della rocca a Valmorbia erano seminate di morti e di feriti gravi.

Purtroppo il cannone della Zugna continuò a sparare senza pietà sui morti e sui feriti gravi, cosicché il raccoglierli ed il seppellirli era semplicemente impossibile; e i poveri soldati forse ancora viventi dovettero soccombere nella bruciante calura, fossero austriaci od italiani.

Quando fu possibile, nell’atmosfera rabbrividente delle macerie insanguinate, il Cappellano cristianamente assistette agli ultimi istanti dei morenti, e i morti furono raccolti con pietà e trasportati a Rovereto.

Il colpo di mani degli italiani era stato studiato intelligentemente e coraggiosamente eseguito. Nella notte era impossibile raccapezzarsi. Naturalmente i mitragliatori tedeschi non avevano sospettato che le truppe discendenti verso Valmorbia fossero in massima parte dei loro.

Quest’ardito e sanguinoso fatto di guerra fu certamente una dei più memorabili accaduti nelle vicinanze di Rovereto.

 

 

GUSTAV LINERT, UFFICIALE AUSTRO-UNGARICO (28-29 GIUGNO)

Memoria del capitano Gustav Linert, Osterreichisches Staatsarchiv, Abt. Kriegsarchiv, fondo Rudolf Stutzenstein

La notte era lunga e calma. Tutto si doveva svolgere velocemente e in silenzio. Gli italiani non ci dovevano notare.

Ci siamo avvicinati lentamente. I nostri comandanti e ufficiali conoscevano bene il forte e gli ordini erano precisi: attaccare l’ingresso, la copertura e l’uscita della galleria. Il primo tenente Kob sapeva quale era la posta in gioco. Se il forte fosse caduto, non ci sarebbe stato modo di tenere questa parte del fronte. E dopo sarebbero stati in pericolo anche il Pasubio e lo Zugna. Kob sapeva però di poter contare sui suoi uomini.

Gli italiani hanno cercato di difendersi disperatamente. Infine il primo tenente Enrich ha compiuto un atto eroico: alla testa del suo battaglione e gridando “hurrà”, si è lanciato all’attacco. Ha iniziato a sparare anche la mitragliatrice italiana all’esterno del forte, ma, in preda al panico, gli italiani hanno alzato le mani e buttate via le armi; tutto il battaglione si è arreso. Il combattimento era finito. Henrich diventò il vincitore di Valmorbia e il salvatore del fronte.