MOSTRE TEMPORANEE 

La pelle del soldato

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La pelle del soldato.
Uniformi, corazze, elmetti e maschere antigas dalla Prima guerra mondiale al Duemila

25 aprile 2018 – 31 marzo 2019
da martedì a domenica | ore 10-18

Inaugurazione martedì 24 aprile – ore 18

Negli spazi del Castello di Rovereto riaperti al pubblico dopo un lungo restauro, il museo propone una mostra che racconta come, nei conflitti del Novecento, i soldati abbiano dovuto affrontare l’enorme potenziale distruttivo degli armamenti con ben pochi dispositivi di difesa e di protezione. L’esposizione ha un ampio riferimento alla Grande Guerra ma si proietterà fino agli anni Duemila: dalle corazze agli elmi, dagli scudi alle maschere antigas, dalle uniformi mimetiche alle protezioni contro la minaccia nucleare, batteriologica e chimica.

Per millenni il soldato ha indossato corazze, scudi ed elmi come una seconda pelle con cui proteggersi da frecce e lance, da lame e mazze ferrate. Questo fino a quando, con la comparsa dell’arma da fuoco, le vecchie protezioni hanno perso la loro efficacia ed i soldati si sono trovati a marciare sui campi di battaglia con un’uniforme di stoffa e un copricapo di tessuto o di cuoio. Oggi che la potenza delle armi ha superato ogni immaginazione, la difesa del corpo del soldato continua la sua impari sfida.

La mostra racconta un capitolo di questa lunga storia, dagli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale ai giorni nostri, con materiali provenienti dalle collezioni del Museo della Guerra, ed altri prestati da istituzioni culturali e militari e da aziende del settore difesa.


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IL PROGETTO ESPOSITIVO

Nella Prima guerra mondiale 67 milioni di uomini si scontrarono nel cuore dell’Europa trasformandola in un campo di battaglia. Mai fino ad allora gli stati avevano avuto a disposizione armi tanto potenti come le artiglierie e le mitragliatrici, nuove come gli aerei, letali come i gas tossici.

Le principali protezioni dei soldati furono le trincee scavate nel terreno per ripararsi da proiettili e schegge, dove sostare tra un assalto e l’altro. Furono reintrodotti gli elmi in metallo, le corazze e gli scudi; si introdussero maschere antigas che dovevano essere sostituite ogni volta che i laboratori chimici inventavano una nuova combinazione tossica.

Soprattutto, il soldato doveva diventare invisibile. Come un insetto nell’erba, una farfalla sul tronco di una pianta. Per questo gli eserciti abbandonarono le uniformi colorate che ancora nell’Ottocento rendevano riconoscibili i soldati nel fumo della battaglia. Più i colori delle divise si avvicinavano a quelli della terra, del tramonto, dell’erba calpestata (o al bianco della neve in alta montagna, o al colore delle sabbie desertiche), più i soldati si sottraevano alla vista degli osservatori nemici.

Ma i dieci milioni di caduti della Grande Guerra testimoniano quanto poco efficaci siano state le protezioni adottate.

Tra il 1919 e il 1945 la guerra cambiò volto. Le fanterie, protette dai carri armati, uscirono finalmente dalle trincee; gli aerei si alzarono per colpire ogni angolo del territorio nemico: truppe, città, fabbriche, vie di comunicazione. Per proteggersi, il soldato conservò l’elmetto (ogni stato adottò un modello diverso) e la maschera antigas. Il gas in verità fu usato da Francia e Italia solo nelle guerre coloniali degli anni Venti e Trenta, mentre il Giappone lo impiegò nella conquista della Cina, sempre contro nemici che non ne disponevano.

Anche il mimetismo si affermò, sia pur lentamente. Ma nei vent’anni di attesa della nuova apocalisse anche i civili entrarono nel mirino dei bombardamenti. Si costruirono rifugi antiaerei, si distribuirono maschere antigas, si crearono squadre di pronto intervento che divennero visione quotidiana in una guerra che non conosceva più limiti. L’ultimo ad essere superato fu la fissione nucleare, generatrice della bomba atomica sperimentata su Hiroshima il 6 agosto 1945.

Tra il 1945 e il 1989 – furono gli anni della Guerra fredda e dei blocchi contrapposti, delle lotte per l’indipendenza delle ex colonie – le uniforme mimetiche furono adottate come segno distintivo degli eserciti nazionali. Ma ormai molti combattenti delle lotte di liberazione non portavano più uniforme e si nascondevano tra la popolazione.

I civili, forzosamente o volontariamente schierati da una parte o dall’altra, furono esposti a rappresaglie di ogni tipo. La forbice tra perdite militari e vittime civili si allargò ulteriormente. Ancora negli anni Ottanta il gas continuò ad essere usato, contro soldati e civili; i primi continuarono a indossare elmetti, maschere antigas e giubbotti protettivi (eredi delle corazze di metallo) contro proiettili, schegge di granate e trappole esplosive.

Le grandi potenze, dotate di armi nucleari e di sistemi missilistici, mantennero nei loro depositi – pur senza farne uso essendo messe al bando – armi batteriologiche e chimiche: nuclei speciali di soldati vennero dotati di tute protettive contro agenti chimici, batteriologici o radioattivi.

Dopo il 1989, con il temporaneo eclissarsi dell’URSS come potenza mondiale, ebbe fine la Guerra fredda. Ma le guerre non scomparvero: stati che si dissolvono come accade in Jugoslavia, nel Caucaso e in Africa; recrudescenze di conflitti in Medio Oriente, la comparsa di una nuova generazione di terroristi che fanno del corpo l’arma distruttrice, sono stati al centro del disordine mondiale.

La protezione del soldato cambia. Gli eserciti tecnologicamente più avanzati oggi sono in grado di fornire forme di assistenza più efficaci: oltre a giubbotti antiproiettile, elmetti e maschere antigas, possono dotarli di tute capaci di adattarsi alle caratteristiche dell’ambiente. In più, i comandi militari possono mantenere i contatti con il singolo soldato attraverso reti di comunicazioni, tecnologie informatiche e sistemi di localizzazione satellitare. Diventa possibile intervenire tempestivamente con attacchi mirati, oltre che per mettere in salvo soldati feriti o liberare soldati catturati.

È cronaca dei nostri giorni: città del Medio Oriente ridotte a cumuli di macerie, mentre nelle nostre città aleggia la minaccia di nuovi scenari di violenza, tipici di guerre percepite finora come lontane, manifestazioni di una globalizzazione che non conosce confini politici o geografici.

Il terrorismo, soprattutto quello legato a movimenti radicali islamisti, ha colpito sia paesi a maggioranza musulmana in Medio Oriente, in Asia e in Africa, sia paesi europei e del nord e sud America.

La reazione a questi attentati ha introdotto misure di controllo e attività investigative e di intelligence nei paesi colpiti o minacciati, oltre che di interventi militari contro stati accusati di connivenza con le organizzazioni estremiste.

Ma è la minaccia del terrorismo alla vita di persone inermi coinvolte in modo casuale negli attentati, ed a quella di militari e delle forze incaricate di prevenirli e di sventarli, a rappresentare la nuova sfida che attende ancora di essere vinta.

 

Progetto della mostra Marco Leonardi Scomazzoni, Davide Zendri, Camillo Zadra

Progetto espositivo Giovanni Marzari con Mattia Baffetti

Progetto grafico Designfabrik

Selezione e preparazione materiali Mauro Ciaghi, Federica Lavagna, Marco Leonardi Scomazzoni, Davide Zendri

Redazione testi Camillo Zadra, Davide Zendri

Archivi fotografici Lorenzo Cremonesi, “Informazioni della Difesa”, Museo Storico Italiano della Guerra, “Rivista Militare”, Stato Maggiore della Difesa

Prestatori istituzionali Associazione Storico Culturale Col di Lana Livinallongo; Buchenstein, Livinallongo; Civiche Raccolte Storiche, Milano; Comando delle Truppe Alpine, Bolzano –2° Reggimento genio guastatori alpini, Trento; 173rd Infantry Brigade Combat Team (Airborne), Vicenza; Leonardo spa, Roma; Marina Militare – Museo Storico Navale, Venezia; Museo Civico Storico Territoriale, Alano di Piave; Museo della Grande Guerra, Cividale del Friuli; Museo Nazionale Storico degli Alpini, Trento

Altri prestatori Alberto Miorandi, Mario Renna, Stefano Rigotti, Davide Zendri

Donazioni esposte Danilo Angeli, Vanni Bertini, Giulia Borelli, Anna Busca, Donatella Carraro, Margherita Cerletti, Egidio Coos, Giorgio Piacentini, Drago Sedmak, Mirella Testoni Cirla, Alberto Turinetti di Priero

Si ringraziano Guido Aviani Fulvio, Stefano Basset, Elliot Dolan, Mirko Krepaz, Bruno Marcuzzo, Antonio Morlupi, Mario Renna, Domenico Roma

Con il contributo di Assessorato alla Cultura della Provincia autonoma di Trento, Volksbank Banca Popolare dell’Alto Adige, Apt Rovereto e Vallagarina, Cantina d’Isera

 

 

 

INFO
+39 0464 438100
info@museodellaguerra.it

INFO ACCOGLIENZA TURISTICA
Visit Rovereto
+39 0464 430363
www.visitrovereto.it