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Parole come armi
La propaganda italiana nella Prima guerra mondiale
e la disgregazione dell'Austria-Ungheria
dal 14 febbraio 2009 - giugno 2010

Uno dei caratteri della Prima guerra mondiale,
la dimensione di massa – eserciti di massa,
lo sviluppo di potenze di fuoco elevatissime,
la mortalità di massa, il coinvolgimento delle società – impose a tutti gli stati (eserciti, apparati informativi, istituzioni civili...) la messa in campo di strategie, strumenti, metodologie di azione nuovi o, quanto meno per le dimensioni, inediti.

La guerra non fu combattuta solo nelle trincee, sopra e sotto i mari, con il blocco commerciale, con la mobilitazione industriale, ma fu portata fino dove non era mai giunta: dietro il fronte nemico, nel tentativo di insinuare tra la popolazione il consenso per le posizioni avversarie.

Non si trattava solo di carpire segreti militari o di conoscere l’opinione pubblica dello Stato contro cui si era in guerra, ma di penetrare nella sfera dei sentimenti delle persone, dentro il discorso pubblico e nella comunicazione privata delle società nemiche, di contrastare e rovesciare le parole d’ordine diramate dal potere e dai centri della pubblica opinione avversari, sostituendole con argomentazioni disgregatrici, seminando dubbi, diffondendo punti di vista eversivi, alimentando la sfiducia nella prospettiva della vittoria, facendola apparire sempre più difficile, sempre più lontana, perfino meno desiderabile di una pace qualsiasi, rovesciando l’immagine del nemico.

Per far ciò non bastava incutere timore con la potenza degli armamenti; servivano altre arti e altre armi. Bisognava individuare i punti deboli della società nemica, le paure e le ansie su cui far leva, i nervi scoperti della società, per ottenere ciò che in guerra ogni contendente desidera: disarmare il nemico per sottometterlo, far sì che i soldati avversari si arrendano, abbassino le armi o le rivolgano contro i propri comandi, si trasformino in agenti della propria sconfitta.

La mostra rivela questa vera e propria “guerra di parole” scatenata anche sul fronte italo-austriaco, ne illustra la pianificazione, gli sviluppi e gli esiti, mostra i comandanti e le “armi” impiegate – volantini, giornali, manifesti – in quella che fu la più estesa battaglia della propaganda fino ad allora scatenata.



Parole come armi

Parole come armi
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Bunker
Le fortificazioni del Vallo Alpino. Alto Adige 1939-1989
14 dicembre 2008 – 11 gennaio 2009
     
Guadalajara

La mostra è dedicata al Vallo Alpino, il sistema di fortificazioni italiane progettate e in parte realizzate in Alto Adige dalla metà degli anni ’30 al 1942 a protezione dei confini settentrionali. Si tratta dei bunker e dei manufatti concepiti in funzione antitedesca e ripristinati dopo la Seconda guerra mondiale, nel contesto della Guerra fredda, come sbarramento difensivo contro le truppe del Patto di Varsavia.
Alla fine degli anni ‘90, finita la Guerra fredda e cessata la ragione strategico-militare che aveva portato alla costruzione del Vallo Alpino, questi manufatti, scrupolosamente mimetizzati ed accuratamente inseriti nel paesaggio circostante, persero la loro funzione e lo Stato cedette l'intero sistema fortificato alla Provincia di Bolzano che si è trovata a gestire 350 manufatti, tra bunker e sbarramenti difensivi.



L'Ufficio Amministrazione del Patrimonio, dopo un'attenta valutazione, ne ha indicate venti per l'interesse storico e architettonico e ne ha deciso la conservazione per un uso culturale, didattico e turistico.
Il Servizio Patrimonio della Provincia di Bolzano ha realizzato la mostra “Bunker”, curata da Christina Niederkofler e Andrea Pozza e ospitata dal Museo della Guerra di Rovereto tra il 13 dicembre 2008 e l’11 gennaio 2008; in esposizione pannelli fotografici, cartografia d’epoca e materiali (uniformi, dotazioni, armi) impiegati in queste opere fortificate a partire dalla fine degli anni ’30 fino agli anni ‘80.



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“In Spagna per l’idea fascista”
Legionari trentini nella guerra civile spagnola 1936-39
28 giugno 2008 – 16 novembre 2008
     
Guadalajara

Nave per la Spagna

Spagna 1938
La guerra civile che insanguinò la Spagna tra il 1936 e il 1939 fu cruenta e brutale e da tutti oggi viene considerata il prodromo della Seconda guerra mondiale. Ma fu anche la guerra più ideologica tra quelle dichiarate dal fascismo. Nel 1936 la guerra di Spagna prometteva di essere vittoriosa come la guerra d’Etiopia, e così fu. Al ritorno i reduci furono accolti calorosamente dalle comunità di partenza, con manifestazioni e cerimonie. Una nuova guerra, scoppiata di lì a pochi mesi e conclusasi per l'Italia nel disastro più totale, gelò la memoria della guerra di Spagna. Dopo il 1945, sulla guerra simbolo della politica aggressiva del fascismo, si scaricarono tutti gli elementi di condanna rivolti al passato regime.


Chi era andato in Spagna con le truppe fasciste preferì non parlarne, chi aveva combattuto contro Franco preferì sottolineare il carattere poco "volontario" dei legionari inviati dal Duce. Fu invece più facile evidenziare, per la continuità con la Resistenza al nazifascismo tra il 1943 e il 1945, la partecipazione degli antifascisti che combatterono nelle Brigate internazionali in difesa del governo repubblicano.

Gli italiani inquadrati inviati da Mussolini a fianco del generale Francisco Franco furono circa 80.000 e quelli accorsi nelle Brigate Internazionali in aiuto della Repubblica spagnola circa 4.000.


Tuttavia, mentre gli storici hanno cominciato da tempo ad occuparsi degli antifascisti, poco si sa di quanti risposero alla chiamata di Mussolini La mostra dedicata alla partecipazione dei trentini alla guerra civile spagnola con particolare attenzione a quanti combatterono nelle file del Corpo Truppe Volontarie, schierate con Franco, documenta attraverso fotografie, cimeli e ricordi una pagina finora ignorata della storia trentina. Le centinaia di trentini, e le migliaia di italiani, che accettarono di andare in Spagna a combattere per Franco, lo fecero sostenuti da sollecitazioni diverse: spirito di avventura, ricerca spericolata di una prospettiva di vita, adesione alla crociata antibolscevica.
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Galizia, Pasubio, Isonzo
Arte popolare e “orgoglio di reparto” nei distintivi austro-ungarici.
1914-1918
31 marzo 2007 – 30 marzo 2008
     
 

La mostra, la più ampia mai realizzata, permette ai visitatori di scoprire la varietà, il notevole valore artistico e l’interesse documentario dei distintivi da berretto austro-ungarici prodotti durante la prima guerra mondiale, in un percorso che si muove tra arte e propaganda.

Nel corso della Grande Guerra risultò evidente a tutti i governi che la guerra combattuta nelle trincee e nel fango avrebbe avuto successo solo se accompagnata da un’altra guerra, condotta con le armi della persuasione: la propaganda dsivenne uno strumento fondamentale per controllare l’opinione pubblica ed ottenere il consenso nei confronti di una guerra che, giorno dopo giorno, si dimostrava sempre più violenta e costosa. Nell’ampio quadro della produzione propagandistica, rientrano anche i distintivi da berretto, produzione caratteristica dell’esercito austro-ungarico. Questi distintivi non regolamentari, definiti Kappenabzeichen, erano coniati per ricordare i successi dei reparti e mantenere vivo lo spirito di corpo, infondere nei soldati la convinzione della loro superiorità sull’avversario, celebrare le alleanze e l’unità dell’Impero, incitare l’esercito e la popolazione civile all’odio per i nemici ed in particolare per l’Italia traditrice. L’appuntare sul proprio berretto un distintivo che celebrava una battaglia o un’azione rappresentava per il soldato un motivo d’orgoglio, la dimostrazione dell’appartenenza a reparti gloriosi e della partecipazione a scontri entrati nella memoria collettiva.

Inizialmente solo tollerata, la diffusione dei distintivi venne autorizzata alla fine del 1916. In genere i distintivi venivano fatti coniare dall’ufficio assistenziale del Ministero della Guerra, ma sono numerosi gli esemplari realizzati su iniziativa di singole armate o reparti minori. La distribuzione era rivolta sia ai militari che alla popolazione civile: il ricavato era destinato ad una raccolta fondi per il sussidio degli invalidi, delle vedove e degli orfani dei caduti.

Se per i soldati prevaleva la funzione simbolica, il senso di appartenenza e, perché no, forse anche il ruolo di amuleto e portafortuna che questi distintivi potevano ricoprire, oggi non possiamo non apprezzare la qualità formale di molti di questi materiali. Molto spesso si tratta di piccoli capolavori realizzati dai bozzetti prodotti da artisti di guerra, di cui l’esercito austro-ungarico aveva ben compreso il fondamentale compito: già nel 1914 venne creato un “gruppo artistico” aggregato al Quartier generale della stampa di guerra.

In mostra saranno visibili centinaia di esemplari, provenienti dal fondo del Museo della Guerra e da collezioni private. L’esposizione è accompagnata da due pubblicazioni: una guida alla mostra e un catalogo della collezione (più di 1.000 pezzi) che si presenta di grande interesse, non solo per i collezionisti.








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La scelta della Patria
Giovani volontari nella Grande Guerra
7 giugno 2006 – 4 marzo 2007
     
  La mostra, la più ampia mai realizzata, permette ai visitatori di scoprire la varietà, il notevole valore artistico e l’interesse documentario dei distintivi da berretto austro-ungarici prodotti durante la prima guerra mondiale, in un percorso che si muove tra arte e propaganda.

Nel corso della Grande Guerra risultò evidente a tutti i governi che la guerra combattuta nelle trincee e nel fango avrebbe avuto successo solo se accompagnata da un’altra guerra, condotta con le armi della persuasione: la propaganda dsivenne uno strumento fondamentale per controllare l’opinione pubblica ed ottenere il consenso nei confronti di una guerra che, giorno dopo giorno, si dimostrava sempre più violenta e costosa. Nell’ampio quadro della produzione propagandistica, rientrano anche i distintivi da berretto, produzione caratteristica dell’esercito austro-ungarico. Questi distintivi non regolamentari, definiti Kappenabzeichen, erano coniati per ricordare i successi dei reparti e mantenere vivo lo spirito di corpo, infondere nei soldati la convinzione della loro superiorità sull’avversario, celebrare le alleanze e l’unità dell’Impero, incitare l’esercito e la popolazione civile all’odio per i nemici ed in particolare per l’Italia traditrice. L’appuntare sul proprio berretto un distintivo che celebrava una battaglia o un’azione rappresentava per il soldato un motivo d’orgoglio, la dimostrazione dell’appartenenza a reparti gloriosi e della partecipazione a scontri entrati nella memoria collettiva.

Inizialmente solo tollerata, la diffusione dei distintivi venne autorizzata alla fine del 1916. In genere i distintivi venivano fatti coniare dall’ufficio assistenziale del Ministero della Guerra, ma sono numerosi gli esemplari realizzati su iniziativa di singole armate o reparti minori. La distribuzione era rivolta sia ai militari che alla popolazione civile: il ricavato era destinato ad una raccolta fondi per il sussidio degli invalidi, delle vedove e degli orfani dei caduti.

Se per i soldati prevaleva la funzione simbolica, il senso di appartenenza e, perché no, forse anche il ruolo di amuleto e portafortuna che questi distintivi potevano ricoprire, oggi non possiamo non apprezzare la qualità formale di molti di questi materiali. Molto spesso si tratta di piccoli capolavori realizzati dai bozzetti prodotti da artisti di guerra, di cui l’esercito austro-ungarico aveva ben compreso il fondamentale compito: già nel 1914 venne creato un “gruppo artistico” aggregato al Quartier generale della stampa di guerra.

In mostra saranno visibili centinaia di esemplari, provenienti dal fondo del Museo della Guerra e da collezioni private. L’esposizione è accompagnata da due pubblicazioni: una guida alla mostra e un catalogo della collezione (più di 1.000 pezzi) che si presenta di grande interesse, non solo per i collezionisti.








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La donna del soldato
L'immagine della donna nella cartolina italiana
27 novembre 2005 – 28 maggio 2006
  Per tutto il Novecento la cartolina illustrata ha trasportato messaggi e veicolato immagini rivelatrici di luoghi comuni, costumi e culture. Dalla guerra di Libia alla Seconda guerra mondiale la cartolina ha offerto l’immagine della donna a milioni di sguardi, soprattutto maschili.
La mostra ci propone un universo di figure ingenue o maliziose, dolenti o ammiccanti, dietro le quali ritroviamo l'ombra di tante vicende storiche del secolo scorso.

In mostra sono esposte circa 700 cartoline, per lo più italiane. Tutti i pezzi esposti appartengono alla collezione di Enrico Sturani, curatore della mostra. Il periodo considerato va dalla fine ‘800 agli anni ’70 del ‘900. Il nucleo più consistente è formato dalle cartoline della Prima guerra mondiale.

Completano l’esposizione alcuni abiti ed accessori femminili anni ’20, di proprietà del Museo della donna “Evelyn Ortner” di Merano.


Uno sguardo “al maschile” lungo un secolo

Nell’Ottocento e, più ancora, nel Novecento il ruolo e l’immagine della donna nella società occidentale hanno conosciuto trasformazioni profonde e a tratti impetuose, che hanno progressivamente interessato ogni ambito sociale.
Anche la cartolina illustrata, come le fotografie, i manifesti di propaganda e le riviste, ha registrato alcune tappe di questo mutamento. Pronta a cogliere l'eco di ogni nuova moda e tendenza innovativa, i piccoli segnali dell'emancipazione delle giovani donne borghesi che fanno sport, che indossano i pantaloni, che guidano le prime auto, che fanno da perno alla vita elegante e notturna, la cartolina si dimostra un mezzo assai versatile. E, rispetto ai giornali, sopravvive a lungo, passa di mano in mano, conquista l’attenzione, per quel suo essere “messaggio che trasporta un altro messaggio”.

Nelle cartoline illustrate la donna appare raramente nella sua vera realtà. Di gran lunga più numerose sono le immagini “di fantasia” e “artistiche”, basate su fotomontaggi, disegni e pitture, nelle quali non compare la donna, ma la sua idealizzazione, nella secca alternativa tra la moglie-madre-sorella e la donna “leggera”.

Nelle cartoline si depositano e si confermano i sogni, i desideri, le pulsioni, i bisogni, le valenze affettive e simboliche della società in cui circolano, di chi le compra, le spedisce, le riceve, le conserva: un immaginario collettivo persistente e mutevole. Luoghi comuni, non certo inventati dalla cartolina, articolati in una casistica estremamente varia per tematiche, tipologie, livelli di gusto che oggi ritornano attraverso questo documento.

L’esposizione è organizzata in 6 sezioni: La Madre Patria; Battaglie d’amore; Prede del nemico e conquiste sul campo; Nelle retrovie; Moda alla militare; Il conforto, la preghiera e il ritorno.








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Onore al merito
Onorificenze e commemorazioni nella Prima guerra mondiale
21 maggio - 23 ottobre 2005
  La mostra presenta in modo sintetico e organico il sistema delle decorazioni e delle onorificenze adottato dagli stati partecipanti alla Grande Guerra, illustrandone i significati, la funzione e l’efficacia. Tra i numerosi materiali esposti, figura come particolarmente rappresentativo il medagliere del generale Luigi Cadorna, le cui onorificenze rispecchiano l'intera carta politica d'Europa. La mostra, curata da Alberto Lembo, è stata realizzata dal Museo della Guerra sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Da sempre il coraggio e la fedeltà sono considerate tra le prime qualità di un combattente. La decorazione rappresenta l’attestato di esemplare condotta militare e uno strumento di distinzione sociale, al fine di alimentare nei soldati la disponibilità ad affrontare azioni di particolare audacia e pericolo.

La Prima guerra mondiale rivoluzionò la strategia e la tattica del combattimento e forzò il sistema dei riconoscimenti al valore e al merito. Come misurare il valore e il merito in una guerra nella quale, per effetto delle nuove armi, il paradossale livellamento democratico dei soldati nelle trincee si tradusse in dieci milioni di morti? Nell’esercito tedesco vennero distribuite cinque milioni di croci di ferro, mentre ogni soldato austro-ungarico che avesse affrontato per 3 mesi il combattimento ottenne il conferimento della Karltruppenkreuz. Era la presa d’atto di una guerra combattuta in condizioni estreme, nella quale la pura sopravvivenza richiedeva una tempra insospettata, un “valore” degno di encomio. Riconoscere in modo così capillare il valore del singolo soldato significò, nella logica della guerra di massa, lo stravolgimento di ogni precedente scala qualitativa e quantitativa del “valore”.

A cura di Alberto Lembo






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Soldati fotografi
Fotografie della grande guerra sulle pagine di "Le Miroir"
13 febbraio - 25 settembre 2005
  Durante la Grande Guerra, la rivista fotografica francese “Le miroir” documentò il conflitto ma si distinse dalle altre riviste fotografiche per la particolarità delle immagini pubblicate: nel 1914 la rivista aveva lanciato infatti un concorso fotografico con premi in denaro per i soldati che avessero inviato le proprie fotografie scattate al fronte. Interni di trincea, soldati feriti e distruzioni, ma anche città bombardate, civili, momenti di tregua riempiono le pagine del settimanale, ma la vera novità è rappresentata dal fatto che i fotografi - gli "inviati speciali" - sono i soldati, protagonisti e testimoni al tempo stesso.

Le fotografie spesso mostrano la guerra con il suo volto più crudele, ma il tono delle didascalie e la presentazione delle immagini trasmettono ai lettori messaggi rassicuranti sull’immancabile vittoria. Per parte sua, il filtro del giornale escludeva dalla visione i caduti francesi e le vittorie tedesche, ma l’orrore della guerra, a chi era disposto a guardare, non rimaneva nascosto.

Nel corso del conflitto, il settimanale raggiunse una tiratura straordinaria (500.000 copie) e, sulla base delle foto premiate, contribuì a modellare il repertorio iconografico dei soldati/fotografi, che inviavano al giornale ciò che intuivano più gradito: in questo modo, “Le Miroir” concorse a sedimentare un’educazione allo sguardo ed a diffondere uno stile fotogiornalistico.

A cura di Stefano Viaggio





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Invisibili al nemico
Il mimetismo nelle guerre del Novecento 1914 2000

24 luglio 2004 - 28 marzo 2005


  La mostra tocca il tema della trasformazione dell'uniforme del soldato parallelamente al mutare delle guerre del Novecento.

La necessità di rendere poco visibili i soldati, di farli scomparire alla vista del nemico, aveva costretto fino dal 1914 i comandi ad adottare al posto dell'uniforme policroma, un abbigliamento monocromo, l'uso di teli e di colorazioni mimetiche.
La seconda guerra mondiale ha confermato l'esigenza di mimetizzare i combattenti, soprattutto in condizioni ambientali e climatiche particolari: l'ambiente invernale, la giungla, il deserto africano. Oltre all'uniforme monocroma, si diffonde l'indumento mimetizzato, a macchie, soprattutto per reparti speciali.

Le guerre coloniali post 1945 vedono diffondersi l'uso della tuta mimetica indossata da truppe regolari e mercenarie in Africa e in Asia. Le guerre della fine del '900 - Balcani, Malvinas, Guerra del Golfo - portano a compimento questa trasformazione.

Contemporaneamente, il mutare delle guerre comportava l'esigenza di rendere visibile un "nemico" che poteva nascondersi non solo sul campo di battaglia ma anche nelle pieghe della società - il dissidente, il partigiano, il guerrigliero, la spia, il sabotatore. Il miglior mascheramento risultava l'assenza di "mascheratura", di segni distintivi, tipica delle guerre civili, delle guerre irregolari, delle "nuove guerre" del nostro tempo. La mostra quindi offrirà anche una panoramica della trasformazione della guerra nel corso del Novecento e l'attenzione in particolare su alcuni capitoli: la guerra arabo-israeliana, le guerre della colonizzazione, la "guerra fredda", le guerre balcaniche, la prima guerra del Golfo.


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La Patria estrema
1915 1918 Soldati sul fronte delle Alpi

28 febbraio 2004 - 16 gennaio 2005


La montagna, rivelano lettere e diari dei combattenti della Grande Guerra, può essere un nemico, che miete più vittime dei colpi di artiglieria.

Le montagne e gli uomini che vi combatterono nella Prima guerra mondiale sono i soggetti di questa mostra.
Fotografie, cimeli, testi e documenti esposti illustrano diversi aspetti di quella vicenda: dai progetti di fortificazione del territorio, alla contesa culturale, ideologica e politica di cui la montagna negli anni pre-1914 fu la posta in gioco, all'esperienza annichilente dei soldati dei due eserciti, convocati da tanti luoghi lontani a combattere e morire in uno dei paesaggi più straordinari del continente europeo.


 



Fino al 1914 gli eserciti europei non programmarono operazioni militari di grande respiro in alta montagna.

Durante la Prima guerra mondiale, invece, l'area di confine fra Italia ed Austria si trasformò in un fronte ininterrotto che si inerpicò fin sulle cime più aspre; la loro occupazione divenne, sinonimo di difesa - o di conquista - del lembo estremo della Patria. I limiti che erano parsi insuperabili furono rapidamente forzati e la resistenza fisica e psichica dei soldati fu sottoposta a pressioni mai provate.
L'esposizione al congelamento, l'isolamento nel “deserto bianco”, le insidie del terreno, la precarietà dei ricoveri, la falcidia delle valanghe, costituirono lo sfondo di una guerra fatta di lavoro prima che di combattimenti.

Difficile indicare il numero dei caduti: a quanti vennero raccolti nei cimiteri e nei sacrari, vanno aggiunti quanti scomparvero nei crepacci o furono sepolti sommariamente e poi dimenticati.
Il paesaggio fu segnato in modo indelebile dall'azione delle artiglierie; la guerra segnò le immagini della montagna.

Tra Ottocento e Novecento l’entusiasmo per la pratica alpinistica si era diffuso in tutta Europa e in Trentino, un irredentismo agguerrito aveva eletto la montagna a terreno delle proprie battaglie ideali.

Negli anni Venti e Trenta, la montagna divenne luogo dell'abnegazione, dell'allegoria della vittoria, simbolo di una stagione eroica.
Divenne anche, lentamente, lo scenario in cui, dopo essersi combattuti all'ultimo sangue dentro uniformi nemiche, gli stessi uomini potevano scoprire di appartenere ad uno stesso mondo.
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Le donne la moda la guerra
Emancipazione femminile e moda nella Grande Guerra

A cura di Enrica Morini e Margherita Rosina
Dal 13 dicembre 2003 al 14 marzo 2004


La mostra si propone di illustrare quali relazioni sono intercorse fra il più importante mutamento nel modo di vestire femminile del XX secolo e il tipo di impegno assunto dalle donne durante la Prima guerra mondiale.

Le tappe di questo percorso sono identificate attraverso abiti dell'epoca, contestualizzati con immagini fotografiche, disegni e immagini di diverso tipo e citazioni da testi letterari o da riviste di moda e di costume, in modo da evidenziare i passaggi che hanno portato all'accorciamento delle gonne, alla eliminazione della biancheria più pesante e costrittiva, all'assunzione di un modo di vestire ispirato a quello maschile o a quello da lavoro.

Un aspetto di grande interesse della mostra è la presenza di un buon numero di abiti del periodo della guerra, per la maggior parte di produzione americana, e di campioni di tessuti e di jersey di produzione italiana e francese.

Il contrasto fra gli indumenti del periodo di guerra, sempre più semplificati e realizzati con tessuti in tinta unita con sobrie decorazioni, e quelli degli anni Venti, di sete elaborate e rilucenti di ricami, chiarisce in modo inequivocabile il senso del passaggio da un periodo di paura e impegno duro alla festosa pace della società del dopoguerra.

   Autunno 2003
 



L’esposizione è organizzata per sezioni, ordinate in modo cronologico e tematico, ognuna delle quali documenta i cambiamenti di ruolo, di vita e di gusto che spiegano i cambiamenti di foggia vestimentaria, testimoniati dagli abiti.
Per rendere più chiaro il percorso, la mostra inizia con alcune testimonianze del periodo prebellico e termina con abiti degli anni ’20.
In mostra, abiti provenienti da raccolte private e dal Museo della Donna di Merano, suddivisi in gruppi e accompagnati da fotografie dell’epoca e da materiale iconografico proveniente da riviste del periodo.

La sequenza delle sezioni è scandita da una serie di dodici tavole di Georges Lepape, pubblicate nel 1921 in forma di almanacco, che illustrano la vita di una donna durante gli anni della guerra.

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Radiofronte 1935-1945
Le radiotrasmissioni militari sui fronti dell’Italia in guerra
8 marzo - 21 gennaio 2004

La mostra presenta una vastissima selezione (circa 100 complessi) di apparecchiature radio italiane, tedesche (tra cui un esemplare di "Enigma"), inglesi, statunitensi, francesi, neozelandesi, canadesi, russe del periodo 1935-1945, che Enzo Benazzi, collezionista e appassionato cultore di storia, ha accettato di esporre nel Museo della Guerra di Rovereto.



La mostra è arricchita da immagini e testi, da filmati messi a disposizione dagli archivi dell'Istituto Luce per questa iniziativa e da una colonna sonora comprendente discorsi radiotrasmessi e registrazioni musicali. Catalogo:

Radiofronte, Museo della Guerra, Rovereto 2003, pp. 125, ill.,
€ 8,50



Il fronte immobile
Trincee, baraccamenti, terra di nessuno sul fronte trentino
della 1ª armata 1917-1918

2 marzo – 2 novembre 2002

Tra il 1915 e il 1918 il fronte italo-austriaco venne sistematicamente fotografato - su richiesta dei Comandi italiani - dalle Squadre fotografiche del Genio militare, che documentarono con migliaia di grandi immagini il territorio interessato dalle operazioni belliche.
In questa mostra il Museo della Guerra di Rovereto presentò 13 panorami, formati da 71 grandi fotografie, relativi al settore presidiato dalla 1ª armata, compreso tra il monte Baldo ad ovest e il Cimone d’Arsiero ad est. Assieme alle immagini venne esposto anche un esemplare delle gigantesche e delicate attrezzature fotografiche utilizzate all’epoca, che l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma prestò cortesemente per l’occasione. T. Bertè, A. Zandonati, Il fronte immobile. Trincee, baraccamenti, terra di nessuno sul fronte trentino della 1ª armata 1917-1918, Museo della Guerra – Ediizoni Osiride, Rovereto 2000, pp. 134, 13 grandi tavole con panorami fotografici, € 44,00.




Mussolini, Baratieri e la regina Taytu
31 ottobre – dicembre 2001

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo una massa considerevole di committenti europei, e non solo, cominciò a richiedere dipinti etiopici in gran numero, in particolare dopo la battaglia di Adua (1896), per l’eco enorme che l’avvenimento ebbe nel mondo. I 12 dipinti esposti offrono la raffigurazione di battaglie e scene di guerra africane e costituiscono uno spettacolare mezzo di rappresentazione degli europei da parte degli artisti popolari etiopi. Mussolini, Baratieri e la regina Taytu, introduzione di Paolo Marrassini, Museo della Guerra, Rovereto 2001, pp. 35, € 4,70



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I colori della Grande Guerra
Un fotografo austro-ungarico sul fronte italiano 1915-1918
2 giugno – 20 settembre 2001

La mostra presenta 90 fotografie, ricavate da una serie di 260 diapositive (ritrovate a distanza di quasi ottant’anni nell’Archivio dello Stato Maggiore di Roma), che costuitivano il diario di viaggio di Richard Synek, fotografo dell’esercito austro-ungarico, nel corso della Prima guerra mondiale. Le lastre di vetro, colorate a mano una ad una, erano state ordinate per una proiezione pubblica, con la quale gli spettatori avrebbero percorso la linea del fronte meridionale, dalla Moravia al Carso, al Tirolo e al Piave, avrebbero rivissuto o scoperto la vita in trincea, gli armamenti, le ferite e avrebbero commemorato i tanti caduti.




Parole che escono dall’ombra
Scritture popolari in Trentino tra '800 e '900
9 - 30 giugno 2000

Mostra, organizzata dal Museo Storico in Trento, dedicata alla scrittura popolare in Trentino tra XIX e XX secolo.



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Terre di Caino
Le mine antiuomo nelle guerre del '900
19 aprile – 3 dicembre 2000

Con questa mostra dedicata alle mine anti-persona, la più ampia mai realizzata in Italia, il Museo della Guerra ricostruisce una storia che ha tanti volti: quello ottuso delle mine; quello dei soldati che, su due versanti di fronte, mettono le proprie e cercano quelle del nemico; quello dei civili – il solo “nemico” che negli interminabili dopoguerra le mine continuano a riconoscere – esposti a ciò che il conflitto ha lasciato dietro di sé; quello dei bambini, tra le vittime più frequenti; ma anche il volto dei tanti cittadini che hanno costruito un grande movimento per la messa al bando di quest’arma. F. Cappellano, F. Termentini, Le mine antiuomo nelle guerre del ‘900, Museo della Guerra - Osiride, Rovereto 2000, € 7,80




Le urne dei forti
5 -28 novembre 1999
Le grandi manovre
Mezzi militari italiani 1910-1945
6 agosto – 10 ottobre 1999

Segni e riti della memoria della Grande Guerra in Trentino.
Rovereto 1915-1940.



Mostra di modellismo a cura del Gruppo Modellistico Trentino di studio e ricerca storica.



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Ferro e fuoco
Le armi antiche dei castelli trentini
30 maggio - 31 ottobre 1999

Mostra tenuta a Castel Beseno sulle armi bianche e da fuoco che, fino al Settecento, avevano circolato nei castelli e nelle rocche trentine. I materiali esposti rappresentano una selezione della raccolta donata al Museo della Guerra, nel 1949, da Riccardo Caproni. Ferro e fuoco. Le armi dei castelli trentini, Museo della Guerra, Rovereto 1998, pp. 48, € 5,20




Otto milioni di cartoline
Mussolini in formato cartolina 1919-1945
27 marzo – 25 luglio 1999

Mostra dedicata all'immagine di Mussolini nella produzione di propaganda. Si calcola che nel ventennio la sua figura sia apparsa su circa 3.000 tipi di cartoline, per una tiratura complessiva di forse cento milioni di pezzi.
In questo modo la cartolina costituisce una prospettiva particolare attraverso la quale guardare a Mussolini e agli italiani del suo tempo.



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La memoria della guerra in Cirillo Grott
Memoria per Malga Zonta
18 aprile - 20 maggio 1998

La memoria della guerra nell’opera dello scultore-pittore-poeta Cirillo Grott (1937-1990).




Montagne armate
Le fortificazioni austro-ungariche
di Folgaria e Lavarone (1908-1916)

marzo - settembre 1998
Osvaldo Bruschetti
La figura e la forma
28 giugno – 12 ottobre 1997

Mostra fotografica dedicata ai resti delle grandi fortezze austro-ungariche degli altipiani di Folgaria e Lavarone. L’arte plastica di Bruschetti ospitata nel fossato e negli spazi del Castello di Rovereto.

Osvaldo Bruschetti. La figura e la forma, Museo della Guerra, Rovereto 1997, pp.45, ill., € 4,70



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Anselmo Bucci
Cronache visive della Grande Guerra
28 giugno - 12 ottobre 1997
I giardini degli eroi
Cimiteri di guerra sul fronte orientale 1914-1918: immagini ed epigrafi
24 aprile – 15 giugno 1997

Incisioni e litografie realizzate durante la guerra da Bucci, che nel 1915 si arruolò nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti e Automobilisti.

Anselmo Bucci. Cronache visive della Grande Guerra – Croquis du Front italien, Museo della Guerra, Rovereto 1997, pp. 97, ill.,
€ 6,70
La mostra è dedicata al ricordo delle decine di migliaia di soldati trentini e giuliani arruolati nell’esercito austro-ungarico e caduti sul fronte orientale. La fotografie dei cimiteri e delle lapidi loro dedicate fanno riemergere alcune tracce di questa memoria negata.

P. Pencakowski, I giardini degli eroi. Cimiteri di guerra sul fronte orientale 1914-1918: immagini ed epigrafi, Museo della Guerra, Rovereto 1997, pp.29, € 1,30




Adamello 1915-1918
Teleferiche, slitte, uomini sul fronte di ghiaccio
21 febbraio – 13 aprile 1997

I trasporti logisitici in alta montagna nella Grande Guerra. Fotografie e materiali che testimoniano la durezza della Guerra bianca.




Armin T. Wegner e gli Armeni in Anatolia, 1915
Immagini e testimonianze
21 giugno - 1 dicembre 1996

La mostra, organizzata dall'Associazione Italoarmenia, dall’Unione degli Armeni d'Italia e dal Deutsches Literaturarchiv di Marbach, è dedicata ad Armin T. Wegner, fotografo, scrittore, militante dei diritti civili, testimone del massacro degli Armeni, di cui consegnò alla memoria pubblica straordinari documenti. Armin T. Wegner e gli Armeni in Anatolia, 1915. Immagini e testimonianze, Museo della Guerra, Rovereto, 1996, pp. 45, € 1,30



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Rovereto. L’attività di Tiro al
Bersaglio tra '800 e '900
23 settembre - 29 ottobre 1995
Sui campi di Galizia
1914-1917
21 luglio - dicembre 1995

La tradizione dell’attività del tiro al bersaglio a Rovereto dall’Ottocento fino alla vigilia della Grande Guerra.

Rovereto. L’attività di Tiro al Bersaglio tra l’800 e il ‘900, Museo della Guerra, Rovereto 1995, pp. 105, esaurito
I Trentini nella Prima guerra mondiale sul fronte orientale.

Sui campi di Galizia. Guida alla mostra, a cura di Gianluigi Fait e Camillo Zadra, 1995, pp. 25, ill. € 1,30
G. Fait (a cura di), Sui campi di Galizia (1914-1917), Museo della Guerra, Rovereto 1997, pp.494, ill.
€ 24,80, esaurito




In volo per Vienna
Aprile 1994
No war
Artisti trentini contro la guerra
27 agosto – 30 settembre 1993

Mostra dedicata all'impresa propagandistica della Squadriglia aerea "La Serenissima" il 9 agosto 1918.

AA.VV., In volo per Vienna, Museo della Guerra, Rovereto 1994, pp. 232, ill.
€ 15,50
No WAR, artisti trentini contro la guerra, 1994, pp. 26. Estratto dagli “Annali” n. 3



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L’Africa in vetrina
Storie di musei e di esposizioni coloniali in Italia
1991

Riallestimento temporaneo e rivisitazione critica delle “sale coloniali” che per più di un trentennio, dal 1929 agli anni Sessanta, avevano offerto al visitatore del Museo della Guerra un punto di vista nazionalista sulla colonizzazione italiana d’Africa. Guida alla mostra. L’Africa in vetrina. Immagini coloniali, Museo della Guerra, Rovereto 1991, pp. 31, € 1,50




Piccoli eserciti
Mostra di soldatini e figure storiche
29 luglio – 15 ottobre 1989

Piccoli eserciti, Museo della Guerra, Rovereto 1989, pp. 43, €




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